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Facevamo le scenette

16 settembre 2017

Nel Giardino l’uomo e la donna erano nudi senza vergogna, erano una cosa sola. Noi facevamo le scenette, ridevamo per un mezzo bicchiere di vino in quella congraga di eunuchi pelosi truccati da quello che più ci mancava e che cercavamo nella mammella della Vergine che suggeriva il nostro Dio bambino. Ci si induriva il pene e ne aveamo orrore, a guardare la Vergine con la mammella esposta.
Emanuele Tonon, “Fervore”, Mondadori

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Intervista a Leonardo G. Luccone: editor, agente letterario e curatore di SARÀ UN CAPOLAVORO, raccolta di lettere di Fitzgerald

15 settembre 2017

Sarà un capolavoro, Fitzgerald, a cura di Luccone, copertinaSarà un capolavoro è una raccolta di lettere di e per Francis Scott Fitzgerald che, insieme alle note di Leonardo G. Luccone, compongono una biografia dettagliata dello scrittore e consentono di seguire il tormentato processo creativo delle sue opere, offrendo anche un disincantato spaccato del mondo culturale ed editoriale degli Stati Uniti nella prima metà del ’900. Emerge il profilo di un autore dall’animo umbratile e dallo stile di vita sregolato, tormentato dai debiti, ma allo stesso tempo consapevole del proprio talento, puntuale revisore di se stesso e lettore attento degli scritti altrui, capace di slanci generosi e risentite stoccate tanto verso i colleghi (in particolare l’amico-rivale Hemingway) quanto nei confronti della sua odiata e adorata compagna, Zelda. Di tradurre le lettere se n’è occupato Vincenzo Perna, mentre a curare l’opera è stato Leonardo G. Luccone, titolare dell’agenzia letteraria Oblique: ne ho approfittato per intervistarlo sia su questa pubblicazione edita da minimum fax sia sul suo lavoro.

Come nasce Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori? Hai proposto tu l’idea a minimum fax o sei stato contattato dalla casa editrice?
Lavoravo alle lettere di Fitzgerald da qualche anno e ho proposto a Giorgio Gianotto, il direttore editoriale di minimum fax, di progettare una specie di biografia di Fitzgerald attraverso la corrispondenza e i diari. Mi sono reso conto che era possibile raccontare questo grande autore da un altro punto di vista. Ne viene sovvertita la sua immagine istituzionale. Fitzgerald si è consumato nella scrittura. Eccessi e stravaganze sono una componente minoritaria della sua vita, è la buccia. Il libro mostra uno scrittore consapevole del funzionamento della macchina editoriale, un uomo fragile che diventa vittima dell’architettura che aveva messo in piedi. Nelle lettere scorre la preoccupazione per l’inefficacia dei suoi scritti e per la mancanza di soldi. Un assillo che lo spinge a chiedere continui prestiti al suo agente e al suo editor. Poi c’è il padre e il marito cinico e dolcissimo, geloso e vendicativo.

Quali aspetti della personalità di Francis Scott Fitzgerald hai scoperto o ti hanno colpito maggiormente durante il lavoro di curatela?
La tenacia, il rispetto per la scrittura, l’altruismo. Fitzgerald aiuta tanti scrittori a emergere (Hemingway, Wolfe). L’abnegazione. Ma più di tutti mi ha colpito la sua sensibilità. Alla fine della stesura del Grande Gatsby Fitzgerald capisce di aver scritto un’opera unica. Lo dice senza modestia a Perkins. Allo stesso modo era spietato con i suoi racconti più effimeri, scritti in due giorni perché aveva bisogno di soldi.
Pur spendendo tantissimo, Fitzgerald era piuttosto tirato col denaro. Per quasi tutta la vita ha compilato il Ledger, un libro mastro di entrate e uscite che comprendeva anche le spese di cancelleria e le mance.

Ritieni che il sostegno anche economico del suo agente, Harold Ober, e del suo editor, Max Perkins, abbiano contribuito a tenere a galla Fitzgerald o abbiano viceversa finito per indurlo a un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità?
Entrambe le cose. Senza quei soldi sicuri (che poi restituiva sempre) si sarebbe contenuto; ma senza quei soldi non avrebbe avuto la possibilità di cimentarsi con ogni tipo di scrittura e non avrebbe sperimentato così tanto. Di fatto Fitzgerald scrive i racconti per mantenersi come romanziere e per sostenere il suo tenore di vita. Alla fine degli anni Trenta andrà a Hollywood perché è l’unico modo che ha per guadagnare mille dollari a settimana (il minimo indispensabile per coprire le spese delle cure di Zelda e l’istruzione della figlia Scottie). Come più volte ha detto, Fitzgerald ha raccontato sempre la stessa storia: quella di un ragazzo povero che si innamora di una donna irraggiungibile e per conquistarla fa di tutto.

«Possibile che la trasformazione delle opere stupefacenti in opere riconosciute da tutti sia cessata vent’anni fa?», «Naturalmente penso che gli strilli siano diventati un cumulo di fesserie, ma questo forse è il punto di vista dello scrittore, e il lettore qualunque non capisce gli scambi di favori che spesso ci stanno sotto»: sono due delle tante sconsolate considerazioni di Fitzgerald. La ristrettezza del mondo culturale è dunque una costante a cui tocca rassegnarsi? Cosa differenziava il panorama editoriale della prima metà del ’900 da quello attuale?
Questa è un’altra delle cose che viene fuori dal libro. Ci sono pochissime differenze. Le paure e le speranze sono sempre le stesse. Lo stesso dicasi per i limiti: solo i libri che hanno successo vengono portati avanti; gli altri venivano abbandonati subito anche allora. E, curiosamente, da Belli e dannati in poi, Fitzgerald non è uno scrittore di successo in volume. Vende poco e ricava poco dai libri. Il grande Gatsby è una delusione commerciale e di critica. Dopo qualche anno non si trovano più copie nelle librerie.
Una differenza importante – con l’Italia, intendo – è la popolarità e il rispetto per i racconti, sia quelli più popolari (Fitzgerald ne scrive tantissimi per The Saturday Evening Post), sia quelli più audaci.

Come nasce Oblique? Di cosa si occupa e chi ne fa parte oltre te?
Oblique è uno studio editoriale e un’agenzia letteraria. Ci siamo costituiti dodici anni fa e ci occupiamo di editoria libraria. Non siamo un’agenzia di servizi, ci interessano gli aspetti progettuali. Aiutiamo gli editori a fare il loro lavoro. Siamo un gruppo affiatato di persone che lavorano insieme da tanti anni ormai.

Quali sono le difficoltà maggiori nel rapporto col sistema editoriale italiano contro le quali ti scontri?
La mancanza di coraggio e il cambio bisbetico delle prospettive. L’assenza della progettualità a lungo termine. Credo che l’editoria italiana rifletta abbastanza bene la politica del nostro paese, anche se per la verità non abbiamo partiti buoni come l’Einaudi e l’Adelphi o Neri Pozza.

Quali caratteristiche devono avere e come vengono selezionati gli scrittori da voi rappresentati?
Ci devono piacere. Tendenzialmente giovanissimi ed esordienti, ma non è una condizione dogmatica. Il più giovane dei nostri autori ha ventun anni e il più anziano ottantanove. La media è comunque sotto i trenta.

Harold Ober era diventato agente quando aveva compreso che non sarebbe mai stato uno scrittore di talento: tu sei mai stato tentato dalla scrittura?
Non credo che la scrittura sia una tentazione. Si è scrittori o no, si ha qualcosa da dire o no.

Da lettore, quali sono state tra le pubblicazioni recenti quelle che ti hanno particolarmente colpito?
Per fortuna tante cose. I libri sul cibo dell’editore Giulio Tommasi, i libri di Orecchio acerbo e la linea editoriale della Graywolf Press, una casa editrice del Minnesota che in pochi anni è entrata nel novero degli editori che contano in Usa.

Sorgente: Intervista a Leonardo G. Luccone: editor, agente letterario e curatore di SARÀ UN CAPOLAVORO, raccolta di lettere di Fitzgerald

Intervista a Giorgio Gianotto (8×8, seconda serata)

7 marzo 2017

La tua carriera nell’editoria è iniziata con Codice edizioni che si occupa prevalentemente di saggistica.Ora che dirigi minimum fax devi organizzare un catalogo che si occupa di saggistica e narrativa, quale pensi sia il giusto amalgama?
Non c’è un bilanciamento ma c’è una coerenza di lavoro. minimum fax è una casa editrice che parla a un pubblico interessato a quello che succede fuori, per cui il lavoro lo facciamo tutto guardando all’esterno. Questo è un momento in cui la saggistica è importante perché c’è un esterno che sta cambiando, per cui invece di raccontare un qualcosa che si è solidificato devi cercare dove sta il cambiamento. Poi, da quel punto di vista, anche l’autore deve cercare la stessa immagine in termini narrativi. Il bilanciamento è storico, ci sono momenti in cui la saggistica ha più cose da dire come alcuni filoni narrativi hanno qualcosa da dire: in questo momento la fantascienza ricomincia a essere una ricerca. vera soprattutto quella orientale. Il bilanciamento è dovuto all’attenzione che l’editore ha nei confronti del mondo: se l’editore non guarda il mondo e decide un suo bilanciamento vuol dire che sta sbagliando.

Qualche giorno fa avete annunciato il nuovo corso di minimum fax. Ti va di dirci in due parole cosa ci aspetta?
Lo sguardo verso il mondo. Sì, abbiamo cambiato un po’ di cose che poi in realtà vengono annunciate in maniera istantanea ma il lavoro che c’è prima è naturalmente molto lungo. E quello che viene dopo è il futuro che ti sei disegnato addosso. Abbiamo preso Luca Briasco per la direzione della narrativa straniera perché è uno dei più grandi americanisti che ci siano in questo paese e soprattutto per il tipo di sguardo che lui ha nei confronti del mondo. In questo senso è secondo noi la persona giusta al momento giusto ma lo crede anche lui perché il gesto è lo stesso: il modo di guardare il mondo e disegnare attraverso i libri la tua idea di quello che stai guardando. Il suo non è uno sguardo da tecnico ma di una persona curiosa e attenta che analizza i libri nella loro coerenza generale. Attraverso di lui ad esempio stiamo guardando l’America con occhi molto diversi rispetto a quelli di prima. La ricerca aveva raggiunto un picco e poi aveva accomodato tutto quello che c’era intorno. Con Luca stiamo facendo un passo in avanti, oggi l’America non è più quella degli ultimi vent’anni ma è l’America di Trump, l’America che ha evidentemente un substrato sociale completamente diverso, che ha delle esigenze culturali diverse su cui vogliamo lavorare.

Io ho preso la saggistica, l’ho fatta per un sacco di anni. Lo sguardo sarà evidentemente diverso perché quello di Codice è scientifico e quello di minimum fax è in un certo senso più politico. Ma l’unione che stiamo creando con Luca è quella di dare uno sguardo; anche con Alessandro Gazoia che al momento ha una sorta di vicariato sulla narrativa italiana. Stiamo lavorando per creare un’immagine di quello che sta cambiando: inizieremo a maggio a pubblicare titoli tradotti, mentre la saggistica di Indi è sempre stata una saggistica italiana. Sarà un saggistica che racconta, una non fiction – non andiamo a pestare i piedi a chi fa bene il suo lavoro. Noi faremo il nostro che è quello di trovare delle modalità di sguardo sulle cose che a volte saranno narrativa pura e nella saggistica saranno una via di mezzo tra i reportage e gli studi ma sempre con una voce che racconta.

Da lettore qual è il tuo rapporto con i racconti?
Ottimo, mi piacciono moltissimo. È difficile trovarne di belli nel senso che ultimamente c’è una grandissima capacità di scrivere. In casa editrice ci arrivano molti racconti e anche come lettore li scelgo. Però il racconto più della stesura è l’idea. È una questione di percezione dall’esterno, può essere su qualsiasi oggetto ma conta la capacità laterale, straniante o quella intima… il racconto è breve ma deve essere incisivo. Ci sono molti racconti ben fatti ma che finiscono lì come se le persone curassero la forma senza sapere esattamente dove condurre la storia. Il racconto può essere secondo me anche sgraziato formalmente ma l’idea deve essere brillante. Deve essere fulminante non nell’estetica del fulmineo, veloce, ma mette un punteruolo.

In quanto direttore editoriale, quali caratteristiche deve avere una raccolta di racconti per definirsi «alla minimum fax»?Noi pubblichiamo raccolte storicamente fatte da noi, c’è un’idea che richiede degli estensori. Non aggreghiamo mai cose che arrivano in casa editrice. La qualità dell’aria e L’età della febbre nascono dall’idea di dire cosa c’è in questo momento nel mondo, qual è la febbre, qual è la cosa che ci fa star male. E dopo stai bene. Però prima hai delle percezioni strane, sei scaldato dalla temperatura. Quindi noi lavoriamo in questo senso, le raccolte sono nostre e quelle che ci arrivano dall’esterno… qualcosa succede, qualche curatela ti arriva. Soprattutto ultimamente ci arrivano delle proposte di genere che non sono il nostro modo di lavorare il racconto.

Secondo te qual è l’aspetto peculiare che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8? Hai notato uno stile o tematiche comuni?Non ho notato un grande aspetto peculiare, ho trovato i racconti tutti abbastanza morbidi. Girano molto intorno alle cose, un po’ come se ci fosse un guardare che non riesce mai a vedere; per cui c’è una grande capacità di tessere lo sguardo ma non si capisce dove esattamente si voleva guardare o se si voleva guardare davvero. Non ho sentito la febbre ma forse ascoltandoli scatterà qualcosa.
Il linguaggio è mediamente molto buono. Ce ne sono un paio che non sono perfetti anzi sono tutt’altro che perfetti nella forma e nella lingua ma hanno quelle tre o quattro caratteristiche che fanno capire che si può arrivare a una perfezione. Infatti sono i più interessanti. Il livello medio è buono, sin troppo buono nel senso che mi hanno attratto di più quelli sporchi perché c’è una voglia di arrivare da qualche parte. Gli altri sono un po’ troppo aggiustati, carini… «carino» è una parola terrificante.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Il dolore con le piume (parola di corvo)

11 dicembre 2016

porter_grief

C’ero una volta io che sono ormai grande e ho
un figlio. E una moglie. E la macchina. Parlo
un po’ come papà.

In macchina attraversiamo le Chilterns, i
Downs, le brughiere, i Broads, cantando
British Holidays for British People. Lo faceva
anche mio papà: ci portava a vedere la Gran
Bretagna. Il Cader Idris, Shingle Street,
Mallyan Spout. Adesso mio figlio,
piccolissimo, grida «cra» quando vede un
corvo perché io, quando vedo un corvo, grido
CRAAAA.

Racconto storie di Corvo, il nostro amico di
famiglia. Mia moglie scrolla la testa. Trova
strambo che io serbi teneri ricordi di vacanze
in famiglia con un corvo immaginario e io le
rammento che avrebbe potuto essere una cosa
come un’altra, che sarebbe potuta andare in un
modo come in un altro, ma ne era uscito
qualcosa di sano, più o meno. Nostra madre ci
manca, vogliamo bene a nostro padre,
salutiamo i corvi con la mano.
Non è poi tanto assurdo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

I lumini in lontananza nella notte

27 ottobre 2016

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Quella notte ebbi una visione. Non c’era piú la nostra casa, e neppure il palazzo, c’era solo la tromba delle scale e io iniziavo a scenderle sempre piú veloce rischiando di inciampare a ogni gradino. Dapprima correvo per scappare da qualcosa, poi mi accorsi di fuggire verso. Verso Anita, ferma al fondo, piccolissima come una bambola e screpolata. Io correvo a
perdifiato e, a ogni piano lasciato alle spalle, ne apparivano due nuovi e l’immagine di lei si allontanava rimpicciolendo, un cammeo bianchissimo e tondo lanciato in un vuoto senza fine. La persi di vista, caddi, mi svegliai zuppo di terrore e vidi fuori dalla finestra tanti lumini in lontananza nella notte, i lumini dei morti che non si spengono neanche col vento e la pioggia perché l’olio alimenta la fiamma.

Giorgio Ghiotti, Rondini per formiche, nottetempo

La storia di Adephi

20 ottobre 2016

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La nostra storia della casa editrice Adelphi attraverso la lente della rassegna stampa.
Sono tanti anni che ci lavoriamo, è ancora imperfetta, altro materiale è in attesa di essere lavorato, ma intanto eccola.

Il tempo diacronico delle case

12 maggio 2016

Sono passati tanti anni, disse come se mi leggesse nel pensiero, ma sembra ieri. Entrammo in casa. Non c’erano più tanti mobili come un tempo e il disfacimento del giardino corrispondeva a quello nelle stanze, che ricordavo luminose, e che adesso sembravano inondate da una polvere rossiccia, sospese in un tempo diacronico dove si succedevano scene incomprensibili, tristi, lontane. La mia poltrona, la poltrona dove mi sedevo io, era ancora lì. María Canales seguì la direzione del mio sguardo e la notò. Si sieda, padre, disse, è a casa sua.

Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, traduzione di Ilide Carmignani, foto Walker Evans

L’Italia a piedi e le cose che emozionano

20 aprile 2015

Pierantozzi, Tutte le strade portano a noi, Laterza

La mia non vuole essere una guida galattica sull’Italia a piedi, ma un caleidoscopio di storie che ti accompagnino lungo un’altra strada – la tua. In fondo qual è il vero rifugio del viaggiatore? La lettura, nient’altro che la lettura.

*

L’amicizia è fatta di orizzonti da travolgere, tanto quanto una strada, che una volta partita non c’è più verso di fermare.

 *

Passo le ore a chiedermi se, per me, la natura non sia qualcosa che conosco troppo a fondo perché riesca ancora a parlarmi. Intanto, ci perdiamo nel bosco. E non la paura, ma anche qui l’indifferenza ha la meglio: il suolo scosceso, molle d’acqua, cosparso di rovi. Sotto i piedi il terreno affonda, ci paralizza, braccia e gambe si impigliano nelle spine. E in tutto questo io rifletto intenzionalmente sulle cose che mi scuotevano l’anima da bambino, sulle cose che mi emozionavano.

Alcide Pierantozzi, Tutte le strade portano a noi, Laterza, Contromano

Vota il tuo racconto preferito: quarta serata di 8×8, 2015

31 marzo 2015

Leggi qui i racconti della quarta serata e vota il tuo preferito.

Non sottovalutare mai i propri figli

24 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Ho pensato a chi si lamenta perché i figli non vanno bene in matematica, a chi non si occupa dei diritti dei disabili perché tanto a loro non cambia niente, a chi dà la salute mentale per scontata, a chi non riesce a vedere la bellezza negli occhi di una persona diversa, a chi non ha idea di cosa ci sia al di fuori della propria cerchia, a chi non è soddisfatto di quello che ha, a chi dice “mongoloide” o “ritardato”, a chi crede che siamo tutti trattati allo stesso modo, a chi pensa che non sia di sua competenza, a chi sottovaluta i propri figli, a chi non sa, o non vuole sapere.

Maria Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli