Posts Tagged ‘parola’

Glauco Felici traduttore

22 settembre 2012

 

Non meno che ai molti che lo hanno conosciuto e amato, Glauco Felici (1946-2012), uno dei più insigni traduttori e ispanisti italiani del secondo Novecento, mancherà all’editoria e alla letteratura di questo paese. Da oltre quarant’anni leggevamo le sue parole inconsapevolmente, credendo di leggere soltanto le parole di alcuni dei più grandi scrittori spagnoli e sudamericani del secolo: Javier Marías (di cui Felici ha tradotto quasi tutti i romanzi, da Domani nella battaglia pensa a me L’uomo sentimentale, da Tutte le anime alla trilogia di Il tuo volto domani), due fondamentali premi Nobel come Mario Vargas Llosa (Il Paradiso è altrove e La festa del Caprone tra gli altri) e Octavio Paz, di cui stava traducendo alcune delle maggiori opere per un Meridiano che deve ancora uscire, e che assume ora il senso di una duratura eredità, l’infinito Jorge Luis Borges (Elogio dell’ombraManuale di zoologia fantastica) e il suo amico e doppio Adolfo Bioy Casares (i racconti di Un leone nel parco di Palermo), un poeta della levatura di Federico García Lorca, di cui è stato uno dei più intimi conoscitori italiani, José Lezama Lima, questo tormentoso Gongora cubano con il suo lussureggiante Paradiso, qualcosa di Cabrera Infante e molto di Osvaldo Soriano (e in special modo un romanzo struggente e amato come Triste, solitario y final), l’incandescente Paco Ignacio Taibo e l’elegante Juan Goytisolo, e ancora altri classici, come Diego de Torres Villaroel e Miguel de Unamano, e altri contemporanei, come Miquel de Palol, Quim Monzó, Antonio Skarmeta e Álvaro Pombo. Di alcuni di questi autori, poi, Felici fu non soltanto traduttore e curatore ma anche amico e importante interlocutore intellettuale, come testimoniano i ricchi carteggi intrattenuti con Mario Vargas Llosa, Osvaldo Soriano e Javier Marías, che gli conferì anche il fastoso titolo nobiliare di Visconte Foscolo – con eloquente riferimento a un poeta che fu traduttore – nell’ambìto e fantastico Regno di Redondo, dove Marías ha posto, con scherzosa serietà, alcuni dei più illustri uomini di lettere d’Europa.
Diceva un autore tradotto da lui, Octavio Paz, che un uomo di lettere “non ha biografia: la sua opera è la sua biografia”, e anche la vita pubblica di Glauco Felici, come quella degli autentici uomini di lettere, sembra lasciarsi ripetere solo attraverso il vertiginoso sfilare dei titoli a cui lavorò e le sue prestigiose collaborazioni con i giornali, primi fra tutti il manifesto e La Stampa. Nel suo caso, tuttavia, anche altro andrà ricordato che non dicono i libri e gli articoli e nemmeno i tanti premi vinti, dal Grinzane Cavour al Monselice, ed è la sua ininterrotta attività di consulenza per grandi realtà come Einaudi e il Saggiatore, che fa di lui uno degli alacri e oscuri artefici della storia editoriale della letteratura ispanica in Italia. Lo caratterizzò sempre, in questo ruolo, una tenacia senza compromessi nel promuovere autori e letterature distanti dagli umori dei mercati, nel cercare e talvolta faticosamente trovare spazio per prose nuove e difficili, per nomi ignoti e importanti.
Serve per essere traduttore, per essere il segreto scrittore di uno scrittore, una misura di umiltà e un’ugual misura di amor proprio, una mobile mescolanza di modestia e di orgoglio: non si può dare a un altro uomo nulla di più personale che le proprie parole, ed è questa una delle più alte abnegazioni di sé, ma pensare di poter restituire le parole di un altro uomo in qualsiasi altro modo che non siano le sue stesse parole, questo è un atto di suprema fierezza. L’una e l’altra sono state le prerogative essenziali ed esistenziali di Glauco Felici, e le contiene entrambe questa sua considerazione che descrive con disinvolta spietatezza l’arte di tradurre: “So di aver fatto una grande traduzione quando, rileggendola dopo molti anni, non riconosco che è mia”. È eccessivo, probabilmente, dire che muore, insieme a un traduttore, anche qualcosa di ogni scrittore che traduce, eppure, al tempo stesso, non si può forse immaginare nessun altro silenzio che sia vasto e profondo quanto quello che si ha quando, alla morte di un traduttore, sembrano tacere per un lungo momento, tutte insieme, alcune delle più grandi voci dell’umanità.

Simone Barillari, Glauco Felici, scrittore segreto, il manifesto

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A Word a Day #113: Pania

12 luglio 2012

Treccani: (pània) s. f. [lat. pagĭna «pergola» (v. pagina), da cui prob. i sign. di «bastoncino invischiato» e «vischio»] (accanto a pànie, si trova anticam., in rima, un plur. pane).
1. Sostanza molle, vischiosa, ottenuta dalla cottura delle bacche e delle foglie del vischio quercino, e dalla corteccia dell’agrifoglio o di altre materie vegetali; spalmata su bastoncini o fuscelli detti paniuzze o panioni veniva usata un tempo per catturare uccelli di piccole dimensioni (il sistema è oggi vietato dalle leggi che regolano la caccia). Per estens., poet.: Cercate intorno le boglienti pane (Dante, Inf. XXI, 124), la pece ardente in cui sono immersi i barattieri e che invischia le ali dei demonî.
2. fig. Attrazione amorosa o di altro genere, situazione che attrae e seduce fortemente, che lega o imprigiona, in locuzioni come disporre, tendere la p. o le p., prendere, essere preso nella p. o alla p., cadere, cascare nella p., e sim.: rimanere preso nelle p. amorose, cedere agli allettamenti, alle lusinghe dell’amore; Chi mette il piè su l’amorosa pania, Cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale (Ariosto); anche, più genericam., inganno, tranello, insidia: Chi certe trame para agli altri, badisi Che gli altri lui non prendano alla pania (Pascoli).

Devoto-Oli: 1. La sostanza vischiosa ottenuta dai frutti di alcune piante delle Lorantacee e part. del vischio; spalmata su bastoncini o fuscelli, serve alla cattura degli uccelli: caccia con la pania (oggi proibita). 2. fig. Allettamento o imprigionamento amoroso; inganno, raggiro. [Lat. pa(g)ïna nel senso di ‘pergola’ passato a significare ‘bastoncino invischiato’].

A Word a Day #112: Angariare

10 luglio 2012

Treccani: v. tr. [dal lat. tardo angariare, che è dal gr. άγγαρεύω «spedire un corriere», poi «costringere a un lavoro»] (io angàrio, ecc.). – Sottoporre ad angaria o ad angarie; più comunem., tormentare, vessare, opprimere con angherie: lo angariavano in tutti i modi; i sudditi angariati dal tiranno finirono per ribellarsi; si riteneva angariato dalla società.

Devoto-Oli: vessare, tormentare, opprimere ripetutamente.

A Word a Day #111: Resipiscenza

3 luglio 2012

Treccani: s. f. [dal lat. tardo resipiscentia, der. di resipiscensentis «resipiscente»], letter. – Il rinsavire e il ravvedersi, riconoscendo l’errore in cui si è caduti, tornando al retto operare: la troppo tarda r. non gli giovò. Nel diritto penale la r. del colpevole ha efficacia esimente o attenuante sulla punizione del reato, per considerazioni fondate sia su motivi di giustizia (minore entità dell’offesa al diritto) sia su ragioni sintomatiche (minore capacità a delinquere).

Devoto-Oli: consapevolezza del proprio errore, per lo più seguita da ravvedimento.

A Word a Day #110: Senziente

26 giugno 2012

Treccani: agg. [dal lat. sentiens -entis, part. pres. di sentire «sentire»], letter. – Dotato di sensi, di sensibilità: esseriorganismi s.i bambini e i primitivi concepiscono la natura tutta animata e s.vuol dire che, comunque sia, io faccio parte dei soggetti s. e pensanti (I. Calvino).

Devoto-Oli: dotato di sensibilità.

A Word a Day #105: Lisergico

13 aprile 2012

Dall’inglese lysergic, composto di (hydro)lys(is) “idrolisi” ed ergot “fungo della segale cornuta” [Dizionario Sabatini-Coletti], in chimica il termine è usato in riferimento all’acido carbossilico, contenente il nucleo dell’indolo, ottenuto per idrolisi degli alcaloidi della segale cornuta (che sono tutti suoi derivati). Alcuni derivati sintetici, come la dietilamide o Lsd, sono dotati di notevoli proprietà psicomimetiche per cui sono stati usati in psicoterapia; costituiscono diffuse e pericolosissime droghe stupefacenti [treccani.it]. Da qui anche il significato di “causato da stupefacente”, “in preda alle allucinazioni della droga” [Dizionario Sabatini-Coletti].

A Word a Day #104: Malmostoso

6 aprile 2012

Si dice di persona scontrosa, difficile da trattare per il suo temperamento ombroso e lunatico [Dizionario Hoepli].
Viene dal milanese malmostós, composto di mal, “ male, malamente” e mostos “sugoso” [qui e qui], quindi col significato di qualcosa “che dà poco sugo”. 

A Word a Day #100: Vanesio

30 marzo 2012

Il termine deriva dal nome Vanesio (derivazione a sua volta dell’aggettivo vano) del protagonista della commedia Ciò che pare non è (1724) di G.B. Fagiuoli [treccani.it]. Vuol dire “vanitoso” ossia “persona sciocca che si compiace stoltamente di sé [Dizionario Sabatini-Coletti]. È detto di persona che, volendo ostentare le proprie presunte qualità fisiche o intellettuali (bellezza, eleganza, spirito ecc.), rivela soltanto la propria effettiva vuotezza e stupidità [treccani.it].

A Word a Day #99: Bonzo

30 marzo 2012

Il termine viene dal portoghese bonzo, che a sua volta viene dal giapponese bōzu, “padrone della cella”, o,  secondo altri, da bōshi “maestro della legge”, titolo dato ai religiosi che avevano compiuto la loro formazione [treccani.it]. Bonzo, quindi, sta a significare “monaco buddista” [Dizionario Sabatini-Coletti] e, figurativamente, “personaggio che ha o si dà grande importanza” [treccani.it].
Il termine apparve per la prima volta in Occidente in una lettera di San Francesco Saverio del 1549 [treccani.it].

A Word a Day #97: Flippato

29 marzo 2012

Flippato (participio passato di flippare) è un termine gergale che indica chi ha assunto sostanze stupefacenti. Per estensione vuol dire “stravolto, stordito” [treccani.it]. Essere flippato è un’espressione che significa quindi “essere suonato” [qui] o “impazzito per qualcosa, esaltato” [qui].