Posts Tagged ‘poesia’

Non puoi continuare né tornare indietro

10 gennaio 2017

Di’ a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio precipita dall’aria
che continuerai
a camminare, a sentire
la stessa canzone, non importa dove
ti trovi —
nella cupola del buio
o sotto il bianco screpolato
dello sguardo della luna in una valle innevata.
Stasera mentre si fa freddo
di’ a te stesso
ciò che sai, che non è niente
altro che la canzone suonata dalle tue ossa
mentre continui a incedere. E sarai in grado
per una volta di sdraiarti sotto il minuscolo fuoco
delle stelle invernali.
E se capita che non puoi
continuare né tornare indietro
e ti trovi dove sarai alla fine,
di’ a te stesso
in quel definitivo fluire del freddo nelle membra
che ami quello che sei.

Mark Strand, “Versi per l’inverno”, tratto da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, traduzione di Damiano Abeni

 

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Più nero di qualunque cecità

1 gennaio 2017

Corvo era talmente più nero
dell’ombra della luna
da avere stelle.

Era tanto più nero
di qualunque negro
quanto la pupilla di un negro.

Perfino, come il sole,
più nero
di qualunque cecità.

Ted Hughes, Color corvo

Illesamente dama

12 dicembre 2016

Ti ho sfidato con una parolaccia,
tu mi hai risposto illesamente dama.

Patrizia Cavalli, “Il cielo”, Poesie (1974-1992), Einaudi

We want Moore: Ordine sottopone a prova il suo disordine

27 dicembre 2015

è una cosa incantata,
come lo smalto sopra
un′ala di locusta,
suddiviso dal sole
finché le trame sono una legione.
Come Gieseking che suona Scarlatti;

come il punteruolo che l′apteryx
ha per becco, oppure come
lo scialle da pioggia del kivi,
fatto di piume filiformi, la mente
tenta la strada come fosse cieca
e cammina tenendo gli occhi a terra.

Ha l′orecchio della memoria,
che sa udire senza
dover udire.
Come l′inclinazione del giroscopio,
che è davvero univoca perché
imperante certezza la governa,

è un potere
di forte incantamento.
È come il collo della
colomba, animato
dal sole; è l′occhio della memoria;
è incoerenza coscienziosa.

E strappa il velo, squarcia
la tentazione,
la nebbia che il cuore porta addosso,
gliela strappa dagli occhi — se pure
il cuore ha un volto; dissipa
lo scoramento. È fuoco nell′iridescenza

del collo della colomba; nelle
incoerenze
di Scarlatti.
Ordine sottopone
a prova il suo disordine; non è
un giuramento di Erode, che non può mutare.

Marianne Moore, «La mente è una cosa che incanta», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti

La complessità non è un delitto

26 dicembre 2015

moore_poesie.jpg

non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
era ancora solo; quando il fumo non c’era, e il colore
era bello, non per l’affinamento
di un’arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c’era a modificarlo se non la

nebbia che saliva, e l’obliquo era una variante
del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema: è
anch’essa una

di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di
peculiare;
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
la sofisticazione è quel che è sem-

pre stata – agli antipodi delle iniz-
iali grandi verità. «Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
stava torpido nella tana». Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie – noi abbiamo la
classica

moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l’Apollo
del Belvedere, non è cosa formale. L’onda potrà
sommergerla, se vuole.

Sappi però che ci sarà se dice:
«Ci sarò quando l’onda se n’è andata».

Marianne Moore, «Nei giorni del colore prismatico», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti

La cultura del deserto

20 ottobre 2015

Islam Corrao

Nell’epoca preislamica, la ğahiliyya, popolazioni nomadi e qualche tribù sedentaria vivevano tra la steppa, le rigogliose aree coltivate dello Higiaz e dello Yemen e le infinite distese desertiche dall’Arabia, dove la parola poetica aiutava a richiamare alla memoria i ricordi di paesaggi, di eventi e volti cari. Il patrimonio poetico della lingua araba è immenso, e spazia dagli antichi versi dei nomadi del VI secolo, a quelli dell’epoca dei grandi califfati sino ai moderni.
Per comprendere la fortuna di una produzione tanto vasta occorre analizzare il ruolo che da sempre la poesia ha nell’immaginario della cultura araba. Nell’antica Arabia la recitazione allietava le veglie notturne attorno al fuoco nel ricordo delle gesta, delle gioie e dei dolori della propria gente. La tradizione orale trasmetteva la memoria storica, l’orgoglio e la virtù dei cavalieri del deserto. Il poeta narrava la fama buona o cattiva della tribù o degli individui, e per questo era temuto e ammirato. Si credeva che il poeta nutrisse il proprio “genio creativo” nella valle popolata da geni (ğinn), e grazie alla propria capacità oratoria riuscisse anche a fare credere quello che non era il vero, a costruire e a distruggere con le parole quanto neanche le armi erano in grado di fare. “La poesia influenza l’anima come la ferita segna il corpo”, affermava il poeta preislamico Imrū al-Qays (V-VI sec.). Nel tempo questa definizione non ha perso valore e la poesia preislamica, ancora oggi, rappresenta l’origine e il modello di riferimento per la poesia classica araba.
Attraverso la poesia si conoscono le credenze e le tradizioni della società araba in cui matura l’opera del Profeta. La cultura dei sedentari delle oasi del Higiaz non era molto diversa da quella dei nomadi; solo la Mecca era più strutturata politicamente in quanto sede di commerci e importante luogo di culto. L’edificio sacro della Ka’ba custode della meteorite che indica il luogo prescelto da Dio, con l’avvento dell’islam sopravvivrà assieme ad altri luoghi simbolo del giudaismo e del cristianesimo mentre gli altri idoli pagani saranno tutti distrutti. In occasione del pellegrinaggio annuale, che coincideva con la fiera, si declamavano poesie; si narra che le migliori venivano trascritte su drappi appesi alla Ka’ba: tra queste poesie appese (Mu’allaqāt) c’era quella di Imrū al-Qays, il re poeta testimone della cultura araba ma anche dei contatti con ambienti culturali contigui (Bisanzio e i vassalli dei sasanidi).
Nel preludio della poesia preislamica si descrive l’accampamento, l’ambiente della vita nomadica, e si ricorda la pena per la separazione dall’amata conosciuta presso il fuoco dell’accampamento nelle gelide notti. Il poeta interpreta un sentimento comune; chi ascolta condivide e si identifica nella fatica di riprendere il viaggio con l’animale amico, il cammello o il cavallo, che lo accompagna nella traversata del deserto di cui conosce e trasmette ogni prezioso segreto della flora e fauna. Rinnova il ricordo delle modalità della caccia, delle feste o dei giochi tradizionali che segnano le soste nel duro viaggio ed infine esprime il vanto, l’encomio della tribù, l’aspra satira contro il nemico, l’elegia funebre. Attraverso la poesia si trasmettevano i miti e i valori della cultura beduina e si proponeva il modello da emulare, l’eroe del deserto valente in guerra ma affabile e liberale in pace, ospitale, generoso, ma anche autorevole oratore per difendere le ragioni del proprio clan nei consigli tribali.

Francesca Maria Corrao, Islam: fede e politica, Una piccola introduzione, LUISS University Press

Io sono una gemma pelosa

1 agosto 2015

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde —
per gettare in radici sottili
il mio più acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra.

Antonia Pozzi, Meriggio
Milano, 19 aprile 1929

Non mi merito i sì

27 giugno 2015

sylvia plath

Stamattina tre poesie rifiutate: da “Paris Review”, “New Yorker” e “Christian Science Monitor”. Con dei commenti, commenti gentili. La cosa importante è spedirle velocemente in giro. Appena penso: ah, queste me le prendono di sicuro, bang. Lunedì 8 giugno ho spedito a Knopf la mia raccolta di poesie The Devil of the Stairs. Come sono impopolare. Ne manderò un po’ a “Nation”. Bene, quest’anno ce l’ho fatta su “Sewanee”, “Partisan”, “Hudson”. E altre due per il “New Yorker”. Al “C.S. Monitor” il mio ultimo saggio, quello su Withens, è piaciuto. Nei prossimi devo metterci la Gente. Gente e fatti. Prossimo invio di poesie a Harcourt, Brace. La storia di Philip Booth con tutti i no delle case editrici. Poi il premio Lamont. Magari posso giocare anche io a questo gioco. […]
Devo scrivere un altro paio di racconti in modo da non essere triste, esageratamente triste, quando quelli già scritti mi tornano indietro dal “New Yorker”, dall’“Atlantic” eccetera. Quante migliaia di scrittori hanno più successo di me. Se non scrivo malgrado questo, malgrado i no, non mi merito i sì.

Sylvia Plath, Diari, mercoledì 10 giugno 1959

Se tu me lo dici

27 febbraio 2015

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Se qualcuna delle mie parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Antonia Pozzi, Pudore, 1933

Svegliarsi in inverno

8 dicembre 2014

Il cielo è di stagno, ne sento il gusto in bocca: stagno vero.
L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
gli alberi s’irrigidiscono al loro posto come nervi bruciati.
Stanotte non ho fatto che sognare distruzioni, annientamenti:
una catena di montaggio di gole tagliate, e tu ed io
che ci allontanavamo adagio nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
senza rumore, su ruote di gomma, verso la stazione balneare.

Che echi dai balconi! E il sole come illuminava
i teschi, le ossa sfibbiate di fronte al panorama.
Spazio! Spazio! Le lenzuola venivano ormai meno.
Le gambe del lettino si scioglievano in terribili posture, e le infermiere—
ogni infermiera incerottava la sua anima a una ferita e spariva.
Gli ospiti mortali non erano rimasti soddisfatti
delle stanze, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
o del mare, che acquetava il loro senso spellato come Mamma Morfina.

Sylvia Plath, Svegliarsi in inverno, 1960