Posts Tagged ‘Premio Nobel’

Come credere a qualcosa di incomprensibile?

1 luglio 2017

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Di lì a un mese hanno autorizzato i miei genitori a fare una breve visita all’appartamento per controllare che fosse tutto in ordine. Sono ritornati con una coperta calda, il mio soprabito autunnale e la raccolta completa delle lettere di Čhecov, l’opera preferita di mamma. La nonna… La nostra nonnina… Non riusciva a capire perché non si fossero portati via almeno un paio di vasetti di quella confettura di fragole che a me piaceva tanto, visto che non solo era in vasetti ma aveva tanto di coperchio… Sulla coperta è saltata fuori una “macchia”… Mamma l’ha lavata, l’ha passata con l’aspirapolvere, senza risultato. L’ha portata in tintoria… La “macchia” ha continuato a “brillare”… Finché non l’abbiamo tagliata via con le forbici. Erano cose familiari, normali: la coperta, il soprabito… Ma ormai non potevo più dormire sotto quella coperta. Infilarmi quel soprabito… Non avevamo i soldi per comprarne uno nuovo, ma io non potevo… Odiavo quella roba! Quel soprabito! Non era paura, mi creda, ma proprio odio! Un odio infinito! Tutto questo rancore… Non riesco a capacitarmene… Dappertutto si parlava dell’incidente: a casa, sull’autobus, per strada. Lo paragonavano a Hiroshima. Ma nessuno ci credeva. Come credere a qualcosa di incomprensibile? Per quanto ti sforzi, per quanto ce la metti tutta, non riesci comunque a capire. Quel che ricordo: noi partivamo e il cielo era di un azzurro intenso.

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, traduzione dal russo di Sergio Rapetti

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Allora il capo sono io

1 marzo 2016

 

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«Dobbiamo decidere come faremo a farci salvare.»
Ci fu un brusio. Uno dei piccoli, Einrico, disse che voleva andare a casa.
«Piantala» disse Ralph distrattamente, e alzò la conchiglia. «Mi sembra che dovremmo avere un capo che prenda le decisioni.»
«Un capo! Un capo!»
«Io dovrei essere capo» disse Jack con arrogante semplicità «perché sono maestro del coro e capoclasse. So fare il do diesis.»
Un altro brusio.
«Allora,» disse Jack «io…»
Esitava, e intanto il ragazzo bruno, Ruggero, finalmente diede segno di vita e parlò.
«Facciamo le elezioni.»
«Sì!»
«Eleggiamo il capo!»
«Ai voti, ai voti!»
Questo gioco delle elezioni era quasi divertente come la conchiglia.
Jack cominciò a protestare, ma il desiderio generale di avere un capo si mutava clamorosamente nell’elezione proprio di Ralph, per acclamazione. Nessuno dei ragazzi avrebbe potuto darne una buona ragione: se qualcuno aveva dato prova di intelligenza era Piggy, mentre era ovvio che Jack aveva la stoffa del capo. Ma c’era qualcosa di eccezionale nella calma con cui Ralph sedeva immobile, ed egli era alto, bello: c’era soprattutto, oscuro ma potente, il fascino della conchiglia. Chi l’aveva fatta suonare, chi li aveva aspettati sulla piattaforma con quella cosa fragile sulle ginocchia, era diverso dagli altri.
«Quello della conchiglia!»
«Ralph! Ralph!»
«Facciamo capo quello che suona la tromba.»
Ralph impose il silenzio con la mano.
«Va bene. Chi vuole Jack come capo?»
I ragazzi del coro, obbedienti e funerei, alzarono la mano.
«Chi vuole me?»
Tranne il coro e Piggy, tutti alzarono la mano immediatamente; poi anche Piggy tirò su la sua di malavoglia.
Ralph contò le mani.
«Allora il capo sono io.»

William Golding, Il Signore delle Mosche, Mondadori, traduzione di Filippo Donini

Un incontro inatteso

15 luglio 2015

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano a gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

Wisława Szymborska, “Un incontro inatteso”, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, a cura di Pietro Marchesani

Mi sono chiesta perché non sono una mela

12 aprile 2015

Herta Muller

Il tentativo di sapere chi sono io è cominciato quando da bambina mi sono posta le domande sui nomi delle cose. Mi sono chiesta perché non sono una mela, o una rondine. Ma anche perché alcune piante sono utili mentre altre vengono tolte di mezzo. E per quale motivo quelle nocive sono le più belle. Sono domande che accompagnano gli esseri umani per tutta la vita. L’infanzia è una specie di salvadanaio che ci portiamo addosso lungo tutta la nostra esistenza.

Hertha Müller, intervistata da Wlodek Goldkorn, D della Repubblica, 11 aprile 2015

Limite

25 aprile 2014

C’è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell’amore, come c’è un limite al disordine che siamo disposti a ignorare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne accorgi. Ne sono convinta.

Alice Munro, “Bardon, autobus n. 144”, Le lune di Giove, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Non riuscire a diventare come gli altri e non poter restare com’ero

2 gennaio 2014

Non usai la bacchetta neanche una volta. La conseguenza fu che pur chiedendo attenzione, spiegando e anche gridando non riuscii a ottenere più di cinque minuti difilato di ascolto. Anche per questo era troppo tardi. Le cose dette di solito, non importa con quale registro, non erano un mezzo di comprensione. Alla trance della retorica corrispondeva solo il bastone.
Quei bambini cercavano di costringermi a soddisfare il loro bisogno di essere picchiati. Si sentivano piantati in asso, erano sospesi nel loro vuoto isterico perché le botte non arrivavano. Piangere sotto la bacchetta era per loro l’unica cosa che li faceva sentire una persona. Li tirava fuori dalla collettività.
Passando davanti alle porte mezze aperte delle altre classi sentivo i colpi e gli scricchiolii delle bacchette e i bambini che piangevano. Per la direttrice e le colleghe che picchiavano e forse ancor più per i bambini che volevano piangere, io ero per lo stesso motivo un’incapace: per gli uni non mi mostravo disposta a farlo, per gli altri non ero in grado di usare la bacchetta.
Ma anch’io mi sentivo sempre meno all’altezza. Non riuscire a diventare come gli altri e non poter restare com’ero — non era possibile risolvere questo conflitto. Dopo due settimane mi licenziai.
Le parole dette che nascono intuitivamente nella mente e con le quali ci relazioniamo in modo naturale gli uni con gli altri non sono congenite. Si possono imparare o si possono impedire. Nella dittatura era il sistema educativo a impedirle. Nella dittatura era il sistema educativo a impedirle nei bambini. E negli adulti, nei quali si conservavano nei ricordi, venivano cancellate.

Hertha Müller, Il fiore rosso e il bastone, Keller editore, traduzione dal tedesco di Fabrizio Cambi