Posts Tagged ‘premio Pulitzer’

Writing is not an amusing occupation

15 agosto 2017

Only amateurs say that they write for their own amusement. Writing is not an amusing occupation. It is a combination of ditch-digging, mountain-climbing, treadmill and childbirth. Writing may be interesting, absorbing, exhilarating, racking, relieving. But amusing? Never!

Edna Ferber

Al matrimonio di Lila c’erano tutti tranne, ovviamente, uno

25 dicembre 2015

Adesso c’erano gerani alla finestra della cucina e qualcosa che somigliava all’allegria nel candore e nella freschezza delle tendine. Nuove aiuole si stendevano lungo il viottolo. Per il matrimonio di Ames erano tornati a casa tutti i Boughton, tranne Jack, ovviamente. Era l’ultimo matrimonio che avrebbe celebrato, aveva detto il padre, e il più lieto di tutti. […] Lila, l’improbabile sposa, in tailleur di raso giallo e cappellino senza tesa, aveva indugiato sorridendo con imbarazzo affabile, sopportando le loro fotografie, secondandoli. Aveva le braccia piene di rose che aveva coltivato e colto personalmente. Quei fiori erano il suo grande vanto. La prendevano ancora in giro perché si era rifiutata di lanciare il bouquet. Come la sua canonica, il vecchio Ames sembrava trasformato pur rimanendo uguale a se stesso. Adesso non era solo paterno ma anche padre, non solo cortese ma anche cavaliere di una donna che sembrava sempre consapevole delle cortesie che le riservava e ironicamente commossa.

Marilynne Robinson, Casa, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 

Furono uniti in matrimonio nel salotto della casa del reverendo Boughton, con tutti i figli del celebrante presenti tranne, ovviamente, uno. Portarono addirittura dabbasso Mrs Boughton con indosso un bel vestito e la sistemarono nella sua poltrona. Le ragazze si chinarono per dirle che era un matrimonio, il matrimonio di John. Bello, vero? Poi la lasciarono alla sua quiete sorridente, perché si agitava sempre se percepiva che si aspettavano di più da lei.
Dopo la cerimonia e il pranzo preparato dalle figlie di Boughton, andarono a casa del vecchio. Lila non aveva mai capito la faccenda delle forchette e dei coltelli, che bisognava usarli secondo una certa regola. Ma lui, suo marito, le era seduto accanto, e vicino, e tutti i sentimenti benevoli di cui era oggetto adesso erano dovuti anche a lei. C’era una grande torta bianca decorata con rose di glassa, e le sorelle risero di quante ne avevano fatte e di quanto poche fossero venute simili a quelle delle figure sulla rivista. Piuttosto che ad altre cose. Cavolfiori. Funghi atomici. Gracie ne aveva fatta cadere una per terra e si era irritata tanto da lavarsene le mani e andare a fare una passeggiata, ma Faith aveva capito il trucco, appena in tempo, prima che cominciassero ad arrivare gli ospiti. C’era glassa ovunque in cucina. Teddy disse che aveva sorpreso Glory a leccarsi le dita. Ridevano tutti, tutti così abituati gli uni agli altri, così belli, anche i maschi. Lila non vedeva l’ora di andare via.

Marilynne Robinson, Lila, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

Gilead, le rose, proposta di matrimonio

20 dicembre 2015

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Ha una voce incredibilmente soave. Il fatto che al mondo esistesse una voce siffatta e che io fossi l’uomo destinato ad ascoltarla, mi sembrò allora e mi sembra anche adesso una grazia insondabile.
Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne, per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo?
E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi –. E lo feci.

Marilynne Robinson, Gilead, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 
Tornarono indietro verso il centro di Gilead.
Lui disse: – Immagino che ancora non si fidi di me neanche un po’.
– È che in genere non mi fido del primo che capita. Non vedo perché dovrei -. Continuarono a camminare.
– Le rose sono bellissime. Quelle sulla tomba. È molto gentile occuparsene.
Lei si strinse nelle spalle. – Mi piacciono le rose.
– Sì, però vorrei potermi sdebitare in qualche modo.
Lei si sorprese a dire: – Dovrebbe sposarmi. – Lui si bloccò, e lei si allontanò attraversando la strada a passo frettoloso, il rossore della vergogna e della rabbia così cocente che questa volta di sicuro non avrebbe potuto continuare a vivere. Quando lui la raggiunse, quando le sfiorò il braccio, lei non osava guardarlo.
– Sì, – disse lui, – ha ragione. Lo farò.

Marilynne Robinson, Lila, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

Siamo persone, e basta

22 novembre 2015

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Entrando a Gilead si sentiva proprio come a quei tempi, con la differenza che adesso era sola. Doane diceva sempre: «Non siamo vagabondi, non siamo zingari, non siamo indiani selvaggi» quando voleva che i bambini si comportassero bene. Una volta lei aveva chiesto a Doll: – E cosa siamo allora? – e Doll le aveva risposto: – Siamo persone, e basta –. Ma Lila aveva capito che non era vero, o almeno non del tutto.

Marilynne Robinson, Lila, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

Non era vivo quando è iniziato questo secolo

29 novembre 2013

La minuscola frazione di tempo di cui disponiamo mi spaventa, anche se mio padre pare tranquillo al riguardo. Perfino lui, che certe volte mi sembra esserci da che mondo è mondo, in realtà è vissuto su questa terra poco più a lungo di me, rispetto a tutto il tempo che c’è stato da vivere. Anche lui, come me, non ha conosciuto un tempo in cui perlomeno non esistessero le automobili e la luce elettrica. Non era vivo quando è iniziato questo secolo. Lo sarò a malapena io, ma vecchissima, quando finirà. Non mi piace pensarci.

Alice Munro, “Il cowboy della Walker Brothers”, Danza delle ombre felici, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Strane dinamiche

9 agosto 2013

Jim stava dicendo ad Alan: “È molto brava. Davvero grande”.
“Chi? Giulietta?”, chiese Helen. “Pensi che sia grande? A me non pare”.
“La nuova assistente di studio”.
“Oh”, rispose Helen, in tono vago. “Ah, sì, me l’avevi detto”.
Poi il sipario si alzò di nuovo e l’opera andò avanti, interminabile. Ci sarebbe voluta un’eternità a Romeo e Giulietta per morire. Romeo era un uomo tracagnotto in calzamaglia celeste, era inconcepibile che potesse attirare l’attenzione di quella Giulietta, che aveva almeno trentacinque anni e cantava a squarciagola, con il cuore in mano sotto i grossi seni. Per l’amor di Dio, pensò Helen, agitandosi di nuovo sul sedile, ficcati quel coltello finto nel petto e muori.
Quando l’applauso finale si affievolì, Alan si chinò verso di lei, passando davanti a Jim. “Helen, stasera sei bella come sempre. Ho sentito la tua mancanza. Abbiamo passato un periodo tremendo, forse Jim te l’ha raccontato”.
“Mi dispiace moltissimo”, rispose Helen. “Anch’io ho sentito la tua mancanza”.
Alan le strinse la mano e Helen rimase scioccata avvertendo dentro di sé una sfumatura quasi sensuale nella propria gratitudine.

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi Editore