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Mi chiamo Maria Wyeth

15 settembre 2015

Joan Didion

Nel primo caldo mese dell’autunno successivo all’estate in cui lasciò Carter (l’estate che Carter lasciò lei, l’estate che Carter smise di abitare nella casa di Beverly Hills), Maria percorreva in macchina l’autostrada. Si vestiva ogni mattina con più decisione di quanta ne avesse avuta da un po’ di tempo a quella parte, una gonna di cotone, una maglietta, sandali di cui sbarazzarsi con un calcio quando volesse avvertire il contatto dell’acceleratore, e si vestiva in fretta e furia, passandosi un paio di volte una spazzola tra i capelli e legandoli sulla nuca con un nastro, perché era essenziale che arrivasse sull’autostrada per le dieci (interrompersi era come gettarsi in un indicibile pericolo). Non in un qualche punto dell’Hollywood Boulevard, non lungo il tragitto per l’autostrada, ma proprio in autostrada. Se non ci arrivava perdeva il ritmo della giornata, quel suo slancio precariamente imposto. Una volta arrivata sull’autostrada e riuscita a imboccare una corsia veloce, accendeva la radio a tutto volume e guidava. Percorreva la San Diego fino alla Harbor, la Harbor su su fino alla Hollywood, la Hollywood fino alla Golden State, la Santa Monica, la Santa Ana, la Pasadena, la Ventura. Le percorreva come un battelliere percorre un fiume, ogni giorno più intonato alle sue correnti, ai suoi inganni, e proprio come un battelliere avverte l’impeto delle rapide nel lento scorrere tra veglia e sonno, così Maria giaceva di notte nel silenzio di Beverly Hills e vedeva i grandi cartelli stradali veleggiarle sul capo a cento all’ora.

Joan Didion, Prendila così, Il Saggiatore, traduzione di Adriana Dell’Orto