Posts Tagged ‘rizzoli’

Intervista a Luca Ricci (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

Da scrittore e presumibilmente lettore di racconti, cosa cerchi in un racconto?
In quanto scrittore cerco di scrivere racconti che abbiano rispetto al romanzo una verticalità e un carattere scosceso. Più volte ho paragonato il racconto a un pezzo punk perché secondo me deve avere una melodia e una ritmica molto veloce. Mi piace sintetizzarlo graficamente con una verticale mentre invece il romanzo è un orizzontale. Quindi cerco sempre il piano inclinato di una frase che poi mi porta direttamente al finale.

Secondo te qual è la caratteristica principale che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8?
I racconti di stasera sono più dei potenziali romanzi. Non ho ritrovato una velocità particolare. Nei casi più felici invece mi sarebbe piaciuto saperne di più sulla situazione, sui personaggi. Sembrano nascere come racconti contratti che in realtà avrebbero bisogno di più pagine per essere sviluppati.

Da autore di racconti e insegnante di scrittura creativa, quanto è possibile secondo te insegnare la forma e il ritmo del racconto e quanto di questo può essere appreso da uno scrittore esordiente?
Il racconto può essere la palestra dello scrittore perché ti costringe a fare economia di parole e a essere consapevole della loro importanza: meno parole ha un testo, più risalto ha una parola. In questo senso il racconto è più vicino alla poesia che non al romanzo, anche se scritto in prosa e non in versi. Quindi il racconto può essere effettivamente la forma con cui si inizia un percorso di scrittura. Ma può anche essere il punto più alto della scrittura proprio perché, a differenza del romanzo che può basarsi tutto sulla trama o sulle variazioni narrative, nel racconto si deve per forza fare uno scarto sullo stile data la brevità della storia e la presenza di pochi personaggi. Il racconto non può non avere uno stile e basarsi tutto sulla tecnica: diventerebbe un aneddoto, uno sketch. Il racconto può essere un buon punto di partenza anche per acquisire maturità. Mi viene in mente il percorso fantastico di Parise che iniziò con un romanzo astratto, Il ragazzo morto e le comete, poi passò al figurativo con Il prete bello e i racconti di La vita di provincia ma la summa l’ebbe con i Sillabari. La scrittura breve ha quindi questa doppia funzione: poter dare l’avvio ma anche consacrare, centrare la sintesi di un’esperienza di scrittura.

In un panorama editoriale che non lascia forse molto spazio al racconto e che crede abbia una diversa fortuna di pubblico, come si inserisce secondo te l’iniziativa di un concorso letterario come 8×8?
Da un lato può essere un trampolino per fare scouting, dall’altro per sensibilizzare al racconto stesso. Tutte le iniziative di questo genere sono le benvenute perché nonostante gli scrittori e frequentatori, i lettori e amanti del racconto abbiano smesso di piangersi addosso rispetto agli anni scorsi, è vero che il sistema editoriale continua ad avere dei pregiudizi sul racconto. Ancora oggi nelle librerie il racconto non trova molto spazio sugli scaffali. Anche all’estero tutto il mercato gira intorno a scritture più lunghe. Per cui 8×8 è utile per farci capire che invece esiste un pubblico e che se c’è un pubblico ci sono anche persone che si ritrovano per celebrare questa parte di mercato.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

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L’esule è una creatura a metà

15 novembre 2016

L’elefantino del Bernini di piazza della Minerva è uno degli amici migliori che ho nella città di Roma. Per me quell’elefantino è somalo. Ha lo stesso sguardo degli esuli. E anche la stessa irriverenza. Bernini, infuriato perché gli avevano sabotato il progetto originale, disegnò l’elefante in modo che puntasse le terga verso il vicino convento. La coda poi, quella malandrina, è leggermente spostata, come a salutare i domenicani (i frati commissionari) in maniera piuttosto scurrile!
La prima volta che vidi l’elefantino, che i romani chiamano «il pulcin della Minerva», ero con mia mamma. Ricordo che chiesi: «Ma siamo in Somalia?». Avevo visto molte puntate di Quark e sapevo che l’elefante è un animale africano. Mamma rise. Mi disse che no, quella era ancora Roma. La mia confusione durò giorni. Allora Roma è in Somalia? O la Somalia si trova dentro Roma? Quell’elefantino africano nella città confondeva tutte le mie certezze.
Nel tempo ho scoperto che quell’elefantino ha lo stesso sguardo della mia mamma. Non può tornare, non può dissetare la sua angoscia. L’esule è una creatura a metà. Le radici sono state strappate, la vita è stata mutilata, la speranza è stata sventrata, il principio è stato separato, l’identità è stata spogliata. Sembra non esserci rimasto niente. Minacce, denti aguzzi, cattiveria. Ma poi c’è un lampo. Quello che ti cambia la prospettiva.

Igiaba Scego, La mia casa è dove sono, Rizzoli

I topi se ne vanno dalla nave quando presentono il naufragio

23 dicembre 2015

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Eccomi dunque di nuovo steso sul letto inclinato all’indietro a meditare sui vari modi di togliersi la vita, tra tutti penso che il meno complicato siano senz’altro i barbiturici per quanto non è che in casa ho i barbiturici, se ne avessi comunque non esiterei a impiegarne una dose abbondantemente mortale per non rimanere a metà strada come fanno tanti, che conta la vita se ormai perfino la ragazzetta se n’è andata, dicono che i topi se ne vanno dalla nave quando presentono il naufragio e io sono proprio finito, non ho neanche avuto la forza di togliere i vocabolari da sotto i piedi del letto sebbene ormai non esistano dubbi circa la loro scarsa utilità, non è da pensare che si possa porre rimedio ad una tubercolosi renale con un paio di vocabolari, a una malattia del genere non si può contrapporre che la morte magari col gas se mancano i barbiturici, però quanto è triste morire soli abbandonati da tutti guarda un po’ a quale condizione mi ha portato colui che voleva vendicarsi del mio abbandono, è il sistema del contrappasso a quanto sembra, comunque non riesco a convincermi che proprio tutti mi abbiano abbandonato e in effetti dopo un poco sento suonare alla porta e sarebbe bellissimo se fosse la ragazzetta così potrei darle un appropriato addio sul limite estremo della vita, invece non senza delusione constato che è il medico di casa del cui abbandono a dire il vero non mi sarebbe importato gran che […].

Giuseppe Berto, Il male oscuro, Rizzoli

Come stanno al mondo gli autistici

20 aprile 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Tante persone che non hanno a che fare con autistici sono spaventate dal loro modo di stare al mondo, dal loro modo di guardare nel vuoto, di muovere il corpo, dall’apparente indifferenza che mostrano nei confronti di chi gli sta attorno. In un certo senso capisco il disagio, la diffidenza verso ciò che non si conosce.
Manca, senza ombra di dubbio, un’educazione al diverso. A scuola si condivide l’aula, ma poco altro, e da adulti sono ancora meno le opportunità di avere a che fare con disabili in generale. Anche negli anni Cinquanta si era sorpresi se una coppia nera o gay entrava in un ristorante e si sedeva di fianco a noi, ma poi con il tempo ci si è abituati a quella “differenza” e adesso nessuno ci fa più caso.

Marina Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

Luca fa parte di un mondo che non è mio

29 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Adesso sembra una considerazione buttata lì, semplice, quasi ovvia. Invece ci ho messo anni per capirlo, per accettare il fatto che Luca è diverso da me e da tutti quelli che conosco, che Luca fa parte di un mondo che non è il mio. Anche lui, come me, straniero, estraneo a modo suo, un forestiero che, malgrado la sua lunga permanenza, che dura da quasi diciotto anni, fa ancora a capire la lingua, i costumi, le tradizioni, i valori del mio mondo.

Marina Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

Le ossessioni musicali di Luca

29 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Le ossessioni musicali di Luca sono spesso argomento di dibattito tra noi: Sofia dice di preferire il periodo di Bear Cha-cha-cha, mentre Emma ripete che per lei il migliore era quello di Fly Me to the Moon, perché almeno c’erano tante persone che la cantavano e un po’ sembrava diversa. Dan cerca sempre di ricordare a Luca il suo amore per i Police, nella speranza che ritorni la fiamma di una volta. Per tre lunghi anni non ha fatto che ascoltare la colonna sonora di Oh, Brother, Where Art Thou?: anche quello fu un periodo difficile per noi. Io, personalmente, ascolto soprattutto i cantautori italiani, per cui non faccio testo.

Marina Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

All’inizio del mio percorso verso Luca

29 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Io invece ero solo all’inizio del mio percorso, avevo appena fatto retromarcia sulla strada delle persone con i figli normali e preso l’altra via, quella dei figli diversi. Avevo da poco parcheggiato e iniziato questo lungo cammino tra le spine, nel buio. Doloroso e solitario. Pieno di domande senza risposta e di paure. L’istinto, camminando, era quello di tornare indietro, riprendere la macchina e sparire per sempre. Si incontrano, durante questo cammino, gelosie verso gli altri bambini, quelli normali: si incontrano incubi che soffiano sul collo, che si trasformano in realtà. Si incontrano buchi neri, baratri in cui si può cadere senza possibilità di risalita: sono momenti in cui niente e nessuno ti può aiutare.
È un percorso che si fa da soli, di notte, nel silenzio, e l’unica energia che spinge ad andare avanti è una rabbia violenta infusa dalla domanda: “Perché io?”.

Marina Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

Mamma, voglio che tu mi venga a prendere e mi riporti a casa

28 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Adesso sono nella merda, è l’una di notte e la famiglia di Dan ci ha fatto sentire già soli, mamma. Adesso voglio che tu mi venga a prendere e mi riporti a casa, nel mio letto, nella mia stanza con i poster di John McEnroe e di Vasco Rossi. Voglio tornare piccola, voglio essere accudita da te. Voglio che tu mi metta in castigo per essere tornata tardi. Voglio litigare con le mie sorelle. Voglio papà. Voglio non aver mai conosciuto Dan. Voglio andare in piazzale Loreto con la 93 e poi camminare verso casa di Angela, e chiacchierare invece di fare i compiti. Voglio le ripetizioni di latino, le lezioni di pianoforte, le vacanze a Bordighera. Voglio i soldi per la merenda a scuola. Voglio che tu vada a parlare con i miei professori, che dicono:«È intelligente ma non si applica». Voglio rientrare nel tuo utero. Voglio avere quattordici anni e preoccuparmi di come mi vesto, e se il moroso è arrabbiato con me perché odio la musica da discoteca.
Voglio morire, mamma. Adesso voglio solo morire.

Maria Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

I selfie di Luca

27 marzo 2015

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Da poco ha imparato pure a farle, le foto, e anche i video: rappresentano la prima documentazione della vita di Luca fatta da lui medesimo, raccontano una parte della sua quotidianità lontano da noi. Le immagini ritraggono quasi sempre un pezzo della camicia, una scarpa, oppure il soffitto dell’interno del bus: nulla di eclatante.
Ma a volte sono ritratti del suo viso, “selfie” li chiamano, ed è molto interessante capire la percezione che ha di sé. Spesso sorride, nelle sue foto, e spesso di vede solo una parte della testa, o gli occhiali.

Maria Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

Le parole che abbiamo insegnato a Luca

25 marzo 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

A Luca ho insegnato a dire, solo a Emma, “buonanotte” invece che “goodnight”, perché lei da piccola non parlava una parola di inglese. Si abbassa e le bacia la testa: «Buonanotte, sweet dreams» dice, in un modo che capiamo solo noi. Lei gli abbraccia le gambe, e lui, girandosi per tornare alla sua postazione, le ricorda di chiudere la porta: «Shut the door».

Maria Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli