Posts Tagged ‘scrittori’

Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma

9 aprile 2017

Non credevo in lui. Non avevo capito quanto fosse necessario da parte mia dargli fiducia. Lo ritenevo senz’altro intelligente e dotato, ma non ero certissima che sarebbe diventato uno scrittore. Non riconoscevo in lui l’autorevolezza che, a mio giudizio, uno scrittore doveva possedere. Era troppo impaziente, troppo permaloso con tutti, troppo megalomane. Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma, malinconica, esageratamente consapevole. Li consideravo naturalmente speciali, dotati dalla nascita di una qualità rara, luminosa e impressionante, di cui Hugo non disponeva. Pensavo che un giorno o l’altro se ne sarebbe accorto. Frattanto, Hugo abitava una realtà fatta di riconoscimenti e castighi che mi erano imperscrutabili e bizzarri quanto quelli vissuti da uno psicopatico.

Alice Munro, “Materiali”, Una cosa che volevo dirti da un po’, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Intervista a Stefano Gallerani (8×8, quarta serata)

1 aprile 2017

In quanto scrittore e critico letterario, in che modo si confronta con una raccolta di racconti? In base a quale caratteristica sceglie i testi da recensire?
Parto dalla seconda domanda. A volte i testi li scelgo tra i tanti che ricevo ma li cerco anche per vedere quello che esce, tra le cose nuove. Bisogna stare attenti all’attività editoriale. Li scelgo anche in base all’autore: se è qualcosa di un autore che è già conosciuto, che conosco, o se è un autore classico. Altre volte conta molto come viene presentato il libro che viene portato alla nostra attenzione e non perché non vogliamo fare lo sforzo di seguire il libro ma perché le uscite sono talmente tante che soprattutto sulle novità il lavoro degli uffici stampa è molto importante per come presentano e offrono il libro. Perché può, per esempio, destare l’attenzione dove l’attenzione non si era destata prima: magari ti era sfuggito, magari non ci avevi fatto caso. Poi personalmente il mio criterio – che funge anche come principio – è quello di seguire molto l’attività dei piccoli editori perché la loro attività, soprattutto oggi, nasconde secondo me – in proporzione alla quantità dei libri che fanno – una maggiore qualità. Un po’ per necessità, perché il piccolo editore non potrà mai competere con un grande editore, quindi gioco forza deve curare l’aspetto della qualità. Cerco di stare attento perché spesso alcuni libri che sono poi rimbalzati nei grandi editori negli ultimi anni sono usciti inizialmente con i piccoli editori. A volte per un piccolo editore l’attenzione di noi che leggiamo è già una forma di gratificazione perché non possono permettersi una grande promozione pubblicitaria. Per quanto riguarda invece la prima domanda che ha a che fare con i racconti, io li amo molto: sono attento all’uscita delle raccolte di racconti perché sono rare, perché è un genere rispetto al quale gli editori non puntano molto – soprattutto i grandi editori – perché pensano che un racconto sia meno accattivante del romanzo, che si presenti più difficilmente, mi riferisco per esempio a come parlarne in una quarta di copertina. Per il lancio di un romanzo si prende il nucleo della storia, se è particolarmente efficace, e qualcosa riesci a farci; per quanto riguarda una raccolta di racconti presentarla è un po’ più difficile e quindi gode di minore visibilità e considerazione. Il racconto è invece un genere interessantissimo per me. Inoltre ne possono uscire di interessanti anche tra gli italiani. Penso per esempio a Luca Ricci che, con un libro di racconti uscito per un grande editore come Rizzoli, sta avendo un buon riscontro, credo anche di vendite. Quindi a volte gli editori si fanno problemi dove in realtà non ci sono, perché il libro in fondo segue la sua strada. Anche un libro di racconti potrebbe incontrare favorevolmente l’attenzione dei lettori: è un libro che ti puoi portare sempre dietro, leggi un racconto e poi ne leggi un altro, puoi saltare da un punto all’altro. In realtà è un genere che si presterebbe maggiormente alla diffusione dell’opera di uno scrittore, oltre il fatto che ci sono grandissimi scrittori di racconti ed esclusivamente di racconti: Luca Ricci è al terzo-quarto libro solo di racconti, e adesso è uscita la raccolta di uno scrittore inglese del secolo scorso molto importante, Saki, che è uno scrittore quasi esclusivamente di racconti. Quindi a volte i racconti sono un viatico necessario per arrivare all’opera di alcuni autori: leggere Joyce senza partire dal suo primo libro di racconti sarebbe assurdo.

Invece da lettore qual è il suo rapporto con i racconti?
Il mio rapporto con il racconto è abbastanza empatico e idiosincratico perché il racconto, così come è difficile da scrivere per lo scrittore, è altrettanto spinoso da leggere perché deve avere un appeal immediato che ti deve catturare, far leggere e arrivare alla fine. Quindi quando il racconto ha dei difetti disturba la lettura più di quanto non faccia il romanzo nel quale puoi sempre pensare che dieci pagine non sono venute bene ma magari altre venti sono fatte bene, se il romanzo non è molto organico puoi sempre sperare che ci sia qualcosa insomma. Nel racconto nove volte su dieci se non è efficace lo capisci subito e da lettore è un po’ frustrante, ti fa arrabbiare. Però in una raccolta di racconti puoi muoverti più agevolmente. Quando ti prende un po’ la nevrastenia da lettore, quando leggi molto – per piacere o per dovere – il racconto ti allevia e viene incontro alla nevrastenia.

Tra i racconti di questa sera a 8×8 ce n’è qualcuno che l’ha colpita e, se sì, su quale aspetto punterebbe per valorizzarlo in un’eventuale recensione?
Tra i racconti di questa sera in realtà solo un paio mi hanno colpito. Noto però che in tutti quanti c’è un difetto  comune: spesso in molti di questi racconti non accade quasi nulla e non nel senso estetico-letterario (come un racconto incentrato sul fatto che non succeda nulla). Non accade nulla semplicemente perché il racconto viene considerato come una forma di scrittura più breve e basta. Quindi si apre una finestra su uno scorcio di vita personale o inventato e là si arriva fino a quando non si è accumulato un certo numero di battute che fanno considerare che quello è un racconto. In realtà il racconto è una struttura circolare, non è semplicemente una finestra aperta su un episodio o su un pezzo di vita. Questo è ciò che manca: la costruzione del racconto. Il racconto parte da immagini, piccole suggestioni, e spesso si chiude senza che ci sia stato un capovolgimento di senso, un momento di frizione o una tensione che invece sono fondamentali. Uno degli elementi comuni tra i grandi racconti è quello di essere circolari, cioè di avere uno sviluppo anche quando parlano apparentemente di nulla ma in cui vi è un cambiamento di senso, un momento in cui la frizione del racconto slitta e accade qualcosa. Questo è quello che manca nei racconti di stasera. Ci si misura spesso con il racconto solo in quanto più corto, senza tenere conto che le esigenze della struttura dell’arte del racconto sono molto rigide e severe, quindi richiedono in realtà un grande lavoro. Scrivere racconti non è un mestiere ma è un ritmo, un rapporto con quella struttura che si deve creare nel tempo. Spesso invece il racconto serve per chi vuole fare lo scrittore come primo approccio alla scrittura, perché di solito non ti confronti immediatamente con il romanzo che ha un passo lungo e disteso. Il fiato ancora non ce l’hai, quindi corri a distanza più breve. Però non è quello il senso del racconto, non è allenarsi per una maratona. Il racconto è gara a sé. 

Crede che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto e che possa influire sul suo giudizio modificandolo?
In generale sì, mi piace la lettura di autori dei propri testi. Quasi sempre l’autore è la persona che legge meglio il testo. A 8×8 la lettura conta moltissimo: molte volte è stato apprezzato il modo in cui gli autori hanno letto correggendo dei difetti del racconto e dando quell’interpretazione che fa vedere quella sfumatura in più che magari la scrittura non è riuscita a dare – per immaturità, perché è ancora aspra. Però spesso ha pesato: se il racconto ha qualcosa, una buona lettura ad alta voce influisce sul giudizio e anche sulla resa del racconto, oltre a rendere meglio l’intenzione dell’autore. Azzarderei una regola: se un autore lo legge bene vuol dire che l’ha capito e scritto bene.

Quand’è che il racconto esprime il meglio della sua forma? Con quali autori? (Ci sono italiani che ultimamente sono riusciti a comunicare qualcosa di interessante?)
Quando non lo so, perché il racconto ha una storia molto lunga. Ciò che è interessante, però, è che l’Italia è storicamente un paese di novellieri più che di romanzieri. La nostra tradizione letteraria è fatta di liriche e di novelle. Chiaramente parto dal Decameron di Boccaccio, poi ci sono le bellissime raccolte di Palazzeschi, i racconti di Moravia e Bassani. Ci sono moltissimi scrittori italiani del Novecento che sono stati grandi autori di racconti. Tra i giovani abbiamo il già citato Luca Ricci, la raccolta d’esordio – che continuo a preferire tra i suoi testi – di Giordano Meacci. Nel suo caso ha contato molto il fatto di esordire in una casa editrice come minimum fax che prestando molta attenzione alla narrativa nordamericana, che è una narrativa che valorizza lo short story telling, non ha avuto paura di pubblicare raccolte di racconti. Anche Christian Raimo ha iniziato con una raccolta di racconti a minimum fax. Sono stati coraggiosi da questo punto di vista, coerentemente con quello che era il loro orizzonte di riferimento culturale e letterario, e hanno pubblicato autori che era giusto esordissero in quella forma.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Trovati un agente

25 gennaio 2017

Se un autore sconosciuto vuole trovare un editore per il suo libro, gli darei un solo consiglio: trovarsi un agente. Ora più che mai, sono gli agenti il veicolo per scoprire nuovi talenti e indirizzarli verso l’editore appropriato.

Stephen Page, Faber and Faber (dall’intervista di Enrico Franceschini, «Robinson», 22 gennaio 2017)

L’agente letterario come il tennista

2 dicembre 2016

Questo lavoro è come il tennis. Non è importante solo la tecnica e fare punti, bisogna farli nel momento opportuno.

Andrew Wylie

Gli editori, e gli scrittori, sono perlopiù cattive persone

21 febbraio 2016

Gli editori sono perlopiù cattive persone. Gli editori e i critici e i lettori delle case editrici e le migliaia di impiegatucci che si aggirano per i corridoi tenebrosi o illuminati a giorno delle case editrici. Ma gli scrittori perlopiù sono peggiori, perché, fra le altre cose, credono nell’eternità o in un mondo retto da leggi darwiniste o forse perché nelle loro anime si annida uno spirito cortigianesco ancora più ignobile.
Io ho avuto la disgrazia di conoscere vari editori che erano una sciagura perfino per le loro madri e ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni, sette o otto, che erano e sono persone responsabili, un po’ tristi (la malinconia è un segno distintivo della professione), intelligenti e con forti dosi di umorismo, editori che si ostinano, per esempio, a pubblicare autori e libri di cui si sa a priori che venderanno pochissime copie.

Roberto Bolaño, Tra parentesi, Adelphi, traduzione di Maria Nicola

Gente strana, quelli che vivono di scrittura

2 novembre 2015

innamoramenti -- marias

Per alcuni giorni, dopo il mio viaggio, sentii la mancanza di quella coppia sebbene sapessi che non sarebbe venuta. Adesso arrivavo in casa editrice con puntualità (facevo fuori la mia colazione e via così, senza motivo per tirar tardi), ma con un certo scoramento e più svogliatezza, è sorprendete come le nostre abitudini accolgano male le variazioni, persino quelle che sono a fin di bene, questa non lo era. Era più impigrita nell’affrontare i miei compiti, nel vedere il mio capo che si esaltava e nel ricevere le noiosissime telefonate o visite degli scrittori, il che, non si sapeva per quale ragione, aveva finito per trasformarsi in uno dei miei compiti, forse perché tendevo a prestar loro più attenzione dei miei colleghi, che direttamente li evitavano, soprattutto quelli più presuntuosi ed esigenti, da un lato, e dall’altro i più fastidiosi e disorientati, quelli che vivevano soli, quelli disastrati, quelli che si atteggiavano in modo incredibile, quelli che facevano il nostro numero di telefono per cominciare la giornata e comunicare a qualcuno che ancora esistevano, servendosi di qualunque pretesto. Sono gente strana, la maggior parte. Quelli che vivono della letteratura e dei suoi addentellati e perciò sono privi di un impiego – e ormai sono diventati parecchi, in questo affare c’è del denaro, al contrario di quanto si afferma, principalmente per gli editori e i distributori – non si muovono di casa e la sola cosa che devono fare è tornare al computer e alla macchina da scrivere – c’è ancora qualche suonato che la usa e al quale si devono scannerizzare i testi, quando li consegna – con incomprensibile autodisciplina: bisogna essere un po’ anormale per mettersi a lavorare a qualcosa senza che nessuno lo abbia ordinato. E così, mi sentivo molto meno disposta e paziente nell’aiutare a vestirsi, come facevo quasi ogni giorno, un romanziere di nome Cortezo che mi chiamava con qualche scusa assurda per domandarmi subito dopo, “approfittando del fatto che sei qui al telefono”, se mi sembrava che potesse stare bene con gli abiti assurdi o antiquati che aveva indossato o pensava d’indossare, e che mi descriveva.

Javer Marías, Gli innamoramenti, Einaudi, traduzione di Glauco Felici

Scrivere per la massa e vendere un sacco di copie è un bene, o un danno alla carriera?

11 ottobre 2015

Maugham_caric

Io avevo letto entrambi i libri di Humphrey Carruthers; ritengo faccia parte del mestiere di uno scrittore essere al corrente di ciò che scrivono i suoi contemporanei. Ho una gran voglia di imparare e pensavo che avrei potuto scoprirvi qualcosa di utile, ma rimasi deluso. Amo i racconti che hanno un inizio, una parte centrale e una fine. Mi piace che si arrivi al sodo. Penso che l’atmosfera sia una gran cosa, ma l’atmosfera da sola è come una cornice senza quadro: non ha significato. Ma può darsi che io non abbia riconosciuto i meriti di Humphrey Carruthers a causa dei miei limiti, e se ho descritto senza entusiasmo i suoi due racconti di maggior successo la causa è forse da ricercarsi nella mia vanità ferita: sapevo benissimo, infatti, che Hymphrey Carruthers mi considerava uno scrittore di poco conto. Sono certo che non avesse mai letto una sola parola di ciò che ho scritto; la mia popolarità bastava a convincerlo che non valeva la pena di dedicarmi la sua attenzione. Col clamore che aveva suscitato parve per un attimo condannato alla mia stessa ignominia, ma ben presto fu chiaro che le sue mirabili opere erano troppo complesse per la gente comune. Non si può mai dire quante persone facciano parte dell’intelligencija, ma si può dire con discreta approssimazione quante di loro siano disposte a pagare per sostenere le arti che hanno a cuore. Le commedie troppo raffinate per attrarre i clienti del teatro commerciale possono contare su diecimila spettatori, e i libri che richiedono ai lettori uno sforzo maggiore di quello che ci si aspetta dalla massa vendono milleduecento copie. L’intelligencija, infatti, per quanto sensibile alla bellezza, preferisce andare a teatro a scrocco e prendere i libri dalla biblioteca.
Sono sicuro che tutto questo non angustiasse particolarmente Carruthers. Lui era un artista, e anche un funzionario del ministero degli Esteri. Da scrittore rinomato, il volgo non gli interessava, e anzi, vendere bene avrebbe forse arrecato danno alla sua carriera.

W. Somerset Maugham, “L’elemento umano”, Una donna di mondo e altri racconti, Adelphi, traduzione di Simona Sollai

Gli scrittori secondo Polgar

30 maggio 2013

sono gente malvagia. Il destino che tocca loro lo digeriscono in un battibaleno e lo rimettono in circolazione rilegato o in brossura. Le lacrime che fanno versare sono acqua per il loro mulino letterario. Dei frutti della vita raccolgono di preferenza quelli maturi per la stampa. Credi forse, dolce signora, che la loro commozione sia amore e desiderio di te? Ah, parlandone con il dovuto rispetto psicoanalitico, è solo il desiderio della penna per il calamaio.

Alfred Polgar, Manuale del critico

Come gli scrittori vedono il mondo

5 aprile 2012

Gli scrittori, suppongo, sono come bambini che mettono in moto l’immaginazione.

Mavis Gallant