Posts Tagged ‘Silvia Pareschi’

Le riparazioni

7 settembre 2017

In fondo allo scatolone trovò alcune confezioni di lampadine di riserva, accuratamente etichettate. Trovò file che aveva rimesso insieme dopo averne reciso i segmenti difettosi. Trovò vecchie file seriali i cui portalampadina rotti aveva rimesso in funzione con gocce di lega per saldature. Si stupì, in retrospettiva, di aver trovato il tempo per tutte quelle riparazioni in mezzo a tante altre responsabilità.
Oh, il mito, l’infantile ottimismo delle riparazioni! La speranza che gli oggetti non si logorassero mai! La sciocca fiducia nel fatto che ci fosse sempre un futuro in cui lui, Alfred, non solo sarebbe stato vivo ma avrebbe anche avuto sufficiente energia per aggiustare le cose. La tacita convinzione che alla fine tutta la sua frugalità e la sua passione di conservatore avessero uno scopo, e che un giorno, svegliandosi, si sarebbe trasformato in una persona completamente diversa, con tempo ed energia infiniti per occuparsi di tutti gli oggetti che aveva conservato, per mantenere tutto funzionante, tutto a posto.
– Dovrei buttar via tutta questa robaccia, – disse a voce alta.
Le sue mani tremavano. Tremavano sempre.

Jonathan Franzen, Le correzioni, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi

La proprietaria della casa

24 luglio 2016

Ero l’unico della famiglia ad aver passato l’intera infanzia lì dentro. Da ragazzino, quando i miei genitori dovevano uscire, contavo quanti secondi mancavano al momento di prendere pieno ancorché temporaneo possesso della casa, e finché rimanevano fuori mi dispiaceva che dovessero tornare. Da allora in poi, per decenni, osservai sdegnato l’addensamento sclerotico delle foto di famiglia, mi irritai quando mia madre mi usurpò cassetti e armadi, e alla sua richiesta di far sparire le mie vecchie scatole piene di libri e carte, reagii come un gatto domestico al quale si volesse inculcare uno spirito comunitario. Mia madre, a quanto pareva, era convinta che quella casa le appartenesse.

Jonathan Franzen, Zona disagio, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi

C’è anche questo tipo di libraio

18 maggio 2016

La casa dove abitava era appartenuta a Dreyfuss, il quale aveva versato l’anticipo grazie a un’eredità in cui, dopo il suicidio della madre, aveva anche aperto un negozio di libri usati in una traversa di Piedmont Avenue. La casa aveva rispecchiato le condizioni della mente di Dreyfuss: per molto tempo abbastanza ordinata, poi sempre più ingombra di oggetti eccentrici come jukebox d’epoca, e infine piena zeppa di documenti per la sua “ricerca” e di cibarie per un “assedio” imminente. La sua libreria, che la gente si divertiva a visitare per l’esperienza di parlare con una persona più intelligente di loro (perché nessuno era più intelligente di Dreyfuss; aveva una memoria fotografica e sapeva risolvere a mente problemi scacchistici e logici di alto livello), si era riempita di odori putrescenti e paranoia. Dreyfuss ringhiava ai clienti mentre batteva gli acquisti alla cassa, e poi si mise a urlare contro chiunque entrasse, e poi cominciò a lanciare libri addosso alla gente, cosa che portò ad alcune visite della polizia, e di conseguenza a un’aggressione, e di conseguenza al suo ricovero forzato. Quando uscì, con la prescrizione di un nuovo cocktail di farmaci, Dreyfuss scoprì che il negozio non c’era più, il magazzino era stato liquidato per pagare l’affitto arretrato e i danni veri o inventati, e la casa era stata pignorata.

Jonathan Franzen, Purity, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi

Mi basta sentire il richiamo della vecchia casa

29 gennaio 2016

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La prima volta che vidi questa spiaggia ero con un uomo che durante il nostro soggiorno si paragonò a Gesù, il suo modo per non considerare quel viaggio una perdita di tempo. La seconda volta mi ci portò qualcun altro. Affittammo per un giorno un cottage davanti alla spiaggia, con molta atmosfera e qualche sedia umida. Gli dissi che era il mio compleanno. Mi lasciò da sola nel cottage e tornò con un pezzo di torta al cioccolato. Non c’erano né piatti né forchette. Mi guardò mangiare la torta. Io dissi: “Cosa c’è, sono coperta di glassa?”. “Ogni giorno della tua vita”, mi rispose, e andò a casa dalla moglie.
La terza volta mangiai quei pancake.
Rimarrò per tutto il tempo necessario. Non chiamerò nessuno della mia lista. Non gli amici di amici che vivono da queste parti, smaniosi di mostrarmi il loro giardino e presentarmi i loro figli. Né visiterò la famosa riserva naturale dove viveva una sterna in via d’estinzione. Perché dovrei conoscere quello che resterà, o che se ne andrà?
Chi cerca balene di peluche e granchi di gomma arancione, magliette e tazze, tovagliette con la mappa della zona, deve andare più su lungo la costa. Qui c’è un negozio che vende solo cartoline. Per me va bene. Non devo andare a caccia di souvenir. Mi basta sentire il richiamo della vecchia casa, che demolisce la nuova.

Amy Hempel, “Il nuovo inquilino”, Ragioni per vivere, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi

Casalinga

4 gennaio 2016

Andava sempre a letto con il marito e con un altro uomo nel corso della stessa giornata, e poi utilizzava il resto della giornata, quel che ne rimaneva, per recitare l’incantesimo: «Film osé, film osé».

Amy Hempel, “Casalinga”, Ragioni per vivere, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi

St. Jude come Vienna

3 gennaio 2016

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.
Le automobili sbucavano da vie anguste e profonde nelle secche delle piazze luminose. Il nereggiar dei pedoni disegnava cordoni sfioccati. Nei punti dove più intense linee di velocità intersecavano la loro corsa sparpagliata i cordoni si ingrossavano, poi scorrevano più in fretta e dopo qualche oscillazione riprendevano il ritmo regolare. Centinaia di suoni erano attorcigliati in un groviglio metallico di frastuono da cui ora sporgevano ora si ritraevano punti acuminate e spigoli taglienti, e limpide note si staccavano e volavano via. A quel frastuono, senza che se ne possano tuttavia descrivere le caratteristiche, chiunque si fosse trovato lì ad occhi chiusi dopo una lunghissima assenza avrebbe capito di essere nella città capitale di Vienna, residenza della Corte. Le città si riconoscono al passo, come gli uomini.

Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, traduzione di Anita Rho

 

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luci sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva ripulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.
Le tre del pomeriggio erano un’ora pericolosa nei sobborghi gerontocratici di St. Jude. Alfred si era svegliato nella grande poltrona blu in cui si era addormentato dopo pranzo. Aveva finito il suo pisolino e il prossimo notiziario locale iniziava soltanto alle cinque. Due ore vuote erano una fistola che generava infezioni. Si alzò a fatica, raggiunse il tavolo da ping-pong e si mise in ascolto di Enid, ma non la sentì.
In tutta la casa risuonava un campanello d’allarme che nessuno poteva udire eccetto Alfred e Enid. Era il campanello d’allarme dell’ansia.

Jonathan Franzen, Le correzioni, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi