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Le cose che rimangono. L’incipit di Gilead, Marilynne Robinson

21 dicembre 2015

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Ieri sera ti ho detto che forse un giorno me ne andrò, e tu mi hai detto: – Dove? – E io: – A stare con il Buon Dio –. E tu: – Perché? – E io: – Perché sono vecchio –. E tu mi hai detto: – Secondo me non sei vecchio –. Hai infilato la tua mano nella mia e hai detto: – Non sei tanto vecchio, – quasi che questo sistemasse la questione. Ti ho detto che forse avrai una vita assai diversa dalla mia e da quella che hai avuto insieme a me, e sarebbe meraviglioso, perché si può vivere bene in tanti modi. E tu mi hai detto: – Questo me lo ha già spiegato mamma –. E poi mi hai detto: – Non ridere! –Perche credevi che stessi ridendo di te. Hai teso la mano coprendomi le labbra con le dita e mi hai rivolto quello sguardo che in tutta la mia, vita ho visto solo sui viso di tua madre e di nessun altro. È una sorta di orgoglio furioso, assai intenso e severo. Mi stupisco sempre un po’ di non avere le sopracciglia strinate dopo essere stato esposto a uno di quegli sguardi. Mi mancheranno.
Sembra assurdo pensare che i morti soffrano di nostalgia. Se sarai un uomo fatto quando leggerai questa lettera – e mia intenzione che tu la legga solo allora – me ne sarò andato da un bel po’. Saprò tutto quel che c’e da sapere sulla morte, o quasi, ma con ogni probabilità me lo terrò per me. Così stanno le cose, a quanto pare.

Marilynne Robinson, Gilead, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 

Adagiarsi 

27 marzo 2011

Il peggior nemico dello scrittore è il suo stile.

Claro 

Cyclostile

22 febbraio 2011

L’onestà intellettuale è un ossimoro.
O comunque un compito altamente proibitivo e forse disumano, tanto che nessuno, in pratica, si sogna nemmeno di assolverlo, accontentandosi, nei casi più ammirevoli, di fare le cose con un certo stile, una certa dignità, diciamo con buon gusto, ecco, il termine esatto sarebbe con buon gusto, alla fine ti viene da salvare quelli che riescono quanto meno a fare le cose con buon gusto, con un certo pudore, quelli che almeno non sembrano fieri della merda che sono, non così fieri, non così maledettamente fieri, non così impunentemente fieri, strafottentemente fieri. Dio che nausea.

Alessandro Baricco, City

Cretinetti e maschietti

24 aprile 2008

Molto lontano sulla carreggiata, lontano fin dove si poteva vedere, c’erano due punti neri, in mezzo, come noi, ma erano due tedeschi occupatissimi a sparare da un buon quart d’ora.
Lui, il nostro colonnello, sapeva forse perché quei due là sparavano, i tedeschi forse anche loro sapevano, ma io, veramente, non lo sapevo. per quanto lontano cercassi nella memoria, gli avevo fatto niente io ai tedeschi. Ero sempre stato molto gentile ed educato con loro. Li conoscevo un po’ i tedeschi, ero persino stato a scuola con loro, quando ero piccolo, dalle parti di Hannover. Avevo parlato la loro lingua. Allora erano una massa di cretinetti caciaroni occhi pallidi e furtivi come quelli dei lupi; andavano a toccare insieme le ragazze dopo la scuola nei boschi d’intorno, dove tiravamo anche con la balestra e la pistola che si compravano perfino a quattro marchi.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, tradotto da Ernesto Ferrero
Maschietti entrano in casa, maschietti entrano in casa. Maschietti (idee grevi, riduttive, inflessibili). Entrano in casa due bei maschietti, ancora in confezione ospedaliera, maschietti con la tonsura neonatale, bramosi di seno, aggrovigliati ai genitori.[…] I maschietti sono brutti, sono dei perdenti, nessuno mai gli vorrà bene, entrano in casa. […] Maschietto minaccia di spaccare il culo all’altro. […] Maschietti entrano in casa sorreggendo il padre, esanime. Succede in fretta. Maschietti irrompono in casa e indicano agli infermieri dell’ambulanza il divano dove giace il corpo, maschietti entrano in casa, maschietti entrano in casa.

Rick Moody, Maschietti, tradotto da Sergio Claudio Perroni