Posts Tagged ‘Sylvia Plath’

Senza di lei eravamo patetici

9 febbraio 2017

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Aveva l’influenza. Era insolito che si ammalasse. I bambini erano piccoli e aveva nevicato e lei non ne poteva più del baccano che facevamo, così ci siamo coperti bene e siamo andati al parco a correre sullo slittino. Senza di lei eravamo patetici. I bambini non trovavano i berretti. Non riuscivano a tirare fuori dalle maniche del piumino le due muffole legate insieme; non volevano vedere nessun altro scendere in slittino per il pendio, nessun ragazzo più grande. Io sono stato un disastro. Li ho portati fuori senza gli stivali di gomma, così non eravamo neanche in fondo alla via che avevano già le dita dei piedi gelate. Si sono messi a rognare e tutti e tre abbiamo capito che senza di lei niente funzionava a dovere. Mi hanno compatito. Che imbarazzo mostrare che il mio talento di padre dipendeva completamente da lei. Se avessi saputo che erano le prove generali della nostra vita futura, forse avrei detto: FATEVI FORZA MERDINE CHE NON SIETE ALTRO, oppure AIUTO. Oppure, prendi me, ti prego, prendi me al posto suo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

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Atteggiamento verso le cose

1 novembre 2016

Atteggiamento verso le cose: come una madre, non voglio che nessuno dica niente contro T, che dica che è pigro o inetto: so che lavora, e sodo, ma chi guarda da fuori e pensa che scrivere significhi starsene a casa a bere caffè e a gingillarsi non lo vede. Un dramma.

Sylvia Plath, dai Diari, 3 gennaio 1959

Non mi merito i sì

27 giugno 2015

sylvia plath

Stamattina tre poesie rifiutate: da “Paris Review”, “New Yorker” e “Christian Science Monitor”. Con dei commenti, commenti gentili. La cosa importante è spedirle velocemente in giro. Appena penso: ah, queste me le prendono di sicuro, bang. Lunedì 8 giugno ho spedito a Knopf la mia raccolta di poesie The Devil of the Stairs. Come sono impopolare. Ne manderò un po’ a “Nation”. Bene, quest’anno ce l’ho fatta su “Sewanee”, “Partisan”, “Hudson”. E altre due per il “New Yorker”. Al “C.S. Monitor” il mio ultimo saggio, quello su Withens, è piaciuto. Nei prossimi devo metterci la Gente. Gente e fatti. Prossimo invio di poesie a Harcourt, Brace. La storia di Philip Booth con tutti i no delle case editrici. Poi il premio Lamont. Magari posso giocare anche io a questo gioco. […]
Devo scrivere un altro paio di racconti in modo da non essere triste, esageratamente triste, quando quelli già scritti mi tornano indietro dal “New Yorker”, dall’“Atlantic” eccetera. Quante migliaia di scrittori hanno più successo di me. Se non scrivo malgrado questo, malgrado i no, non mi merito i sì.

Sylvia Plath, Diari, mercoledì 10 giugno 1959

La possibilità di vivere di scrittura

29 aprile 2015

la grande estate plath

[…] Sylvia fece la cameriera al Belmont Hotel di Cape Code. Migliaia di studentesse si erano candidate per un posto di cameriera al Belmont, la cosa aveva un fascino insolente: le aragoste e i flirt, i grembiuli neri e il vocio. Lavorare al Belmont, in fondo, offriva una scusa per flirtare, giocare a tennis e prendere il sole. Come cameriera, Sylvia era negata. Confondeva gamberetti e capesante, rovesciava lo sciroppo d’acero e faceva cadere le posate. Guadagnò appena abbastanza da ripagarsi l’uniforme, le calze, le scarpe e il grembiule. Finito il turno, si metteva le perle al collo e stava in piedi tutta la notte sulla spiaggia con gli amici maschi. Nel giro di due settimane si ritrovò a fare i conti con la sinusite e la bronchite.
Fu durante un turno di servizio ai tavoli che Sylvia ricevette il telegramma in cui le veniva comunicata la vittoria nel concorso letterario di Mademoiselle, e di conseguenza un premio in denaro di cinquecento dollari e la pubblicazione sul numero accademico di agosto. Lei buttò le braccia al collo della direttrice di sala. Cinquecento dollari sarebbero bastati per un dignitoso cappotto invernale, un tailleur raffinato o magari anche per un viaggio in Europa. Per la prima volta, la possibilità di vivere di scrittura le sembrò realistica.

Elizabeth Winder, La grande estate. Sylvia Plath a New York, 1953, Guanda, traduzione di Elisa Banfi

Svegliarsi in inverno

8 dicembre 2014

Il cielo è di stagno, ne sento il gusto in bocca: stagno vero.
L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
gli alberi s’irrigidiscono al loro posto come nervi bruciati.
Stanotte non ho fatto che sognare distruzioni, annientamenti:
una catena di montaggio di gole tagliate, e tu ed io
che ci allontanavamo adagio nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
senza rumore, su ruote di gomma, verso la stazione balneare.

Che echi dai balconi! E il sole come illuminava
i teschi, le ossa sfibbiate di fronte al panorama.
Spazio! Spazio! Le lenzuola venivano ormai meno.
Le gambe del lettino si scioglievano in terribili posture, e le infermiere—
ogni infermiera incerottava la sua anima a una ferita e spariva.
Gli ospiti mortali non erano rimasti soddisfatti
delle stanze, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
o del mare, che acquetava il loro senso spellato come Mamma Morfina.

Sylvia Plath, Svegliarsi in inverno, 1960

Meno di un anno prima

11 febbraio 2014

Venerdì, giorno del funerale, caldissimo e azzurro, con nuvole bianche teatrali che passavano in alto. Ted e io, vestiti di nero e accaldati, siamo passati davanti alla chiesa, abbiamo visto gli uomini in bombetta che uscivano dal cancello su un alto carretto nero con le ruote a raggi. Vanno a prendere il corpo, ci siamo detti; abbiamo lasciato un’ordinazione dal droghiere. L’orribile sensazione di un gran sorriso che ci spuntava incontrollabilmente sulla faccia. Il sollievo: è l’ostaggio per la morte, l’abbiamo scampata per il momento.

Sylvia Plath, Diari, 2 luglio 1962, traduzione di Anna Ravano

Propositi

6 ottobre 2013

Riuscirai a guadagnare scrivendo? Ci sei riuscita, nelle riviste giovanili, ma la concorrenza sulle riviste importanti è formidabile (vedi Mrs Davis). Il Mercato Letterario sembra al contempo più duro ed esteticamente più gratificante.

Non andrò ai corsi estivi di Harvard.

Imparerò a stenografare, a battere a macchina, e scriverò e leggerò, scriverò e leggerò, e parlerò con me stessa di atteggiamenti mentali, vedrò gli Aldrich e i vicini, e sarò gentile, socievole ed espansiva, e dimenticherò questo mio maledetto io egocentrico cercando di imparare a capire che cosa arricchisce la vita e che cosa conta veramente.
(1953)

Sylvia Plath, Diari, I Meridiani (a cura di Anna Ravano)