Posts Tagged ‘tra donne sole’

È bello quassù

17 maggio 2017

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

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Esemplare risposta di Pavese a Calvino

16 febbraio 2012

Torino, 29 luglio 1949

Caro Calvino,
non mi dispiace che Tra donne sole non ti piaccia. Le ragioni che ne dài sono la trascrizione fiabesca di un tema letterario; un abbozzo di novella di Italo Calvino. Cavallinità e peni di faggio sono pura e bella invenzione (tutte le mitologie s’incontrano: il faggio è l’albero del Monte Pelion, il monte dei centauri).
Applichi due schemi, come due occhiali, al libro e ne cavi impressioni discordanti che non ti curi di comporre. C’è la definizione di Talino e Momima come fratelli, la scoperta che faccio sempre un viaggio all’altro mondo, che per me bestiale e decadente s’identificano […]; poi applichi lo schema realistico evocatorio (Proust, Radiguet, Fitzgerald) dell’insussistenza di questo mondo scoperto. Evidentemente questo mondo è un’esperienza dei vari io […] e questi io sono la vera serietà (non fiaba) del racconto. Ma tu — scoiattolo della penna — calcifichi l’organismo scomponendolo in fiaba e in tranche de vie. Vergogna.
Mi ha comunque molto consolato la scoperta del filone unitario tra le varie opere.
Godo dei successi cannibalici. Figúrati se vengo a San Remo. Fossi matto.

Pavese

 

Calvino lettore di Pavese

14 febbraio 2012

Sanremo, 27 luglio 1949

Caro Pavese,
Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto. Sono ancora di tale opinione, sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento.
Ho deciso che è un viaggio di Gulliver, un viaggio tra le donne, o meglio tra strani esseri tra la donna e il cavallo; è una specie di viaggio nel paese degli Hauihnhnn, i cavalli di Swift, cavalli con impreviste somiglianze umane, orribilmente schifosi come tutti i popoli incontrati da Gulliver. È certo un modo nuovo di vedere le donne, e di trarne vendetta allegra o triste. E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo pelosa, con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa, che parla in prima persona e fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca e i seni finti che dici: “Ecco, una donna sul serio dovrebb’esser così”. […]
Al lesbismo invece nessuno ci crede. Non è che una parola magica per indicare qualcosa d’oscuro e proibito praticato dalle donne-cavallo. Più che a Saffo si pensa a Pasife: o a strani riti con peni equini in legno di faggio. A ogni modo il racconto sta in questo girare intorno a un segreto morboso che cova lì in mezzo, e avvicinarglisi a poco a poco. Ed è condotto da papa; alla Cuor di tenebra insomma.
Poi ho scoperto che Tra donne sole e Paesi tuoi sono stessa cosa: due viaggi di persone “civili” tra i “selvaggi”. Talino e Momina sono lo stesso simbolo. Il mondo contadino e il mondo decadente borghese sono egualmente selvaggi e vengono giudicati (o meglio, visti; chi si può erigere a giudice dei cannibali?) da chi ne è fuori, per via d’un lavoro che ne trascende l’ambiente o le istituzioni (famiglia patriarcale, comunità salottiera): cioè chi lavora alle macchine agricole (e non chi lavora semplicemente la terra), chi fa i vestiti alle donne-cavallo (e non chi fa i quadri o anche le case, ma dal di dentro). E il vero messaggio del libro è un approfondimento del tuo insegnamento di solitudine, con in più qualcosa di nuovo sul senso del lavoro, sul sistema lavoro-solitudine, sul fatto che i rapporti tra esseri umani non fondati sul lavoro diventano mostruosi, sulla scoperta dei nuovi rapporti che nascono dal lavoro […] Tutto ciò t’avrà dimostrato come abbia, di questo libro “non piaciuto”, gustato tutti i possibili riferimenti morali: e altrettanto potrei dirti della struttura narrativa. Quel che non mi convince è, e già altre volte ho avuto occasione di dirtelo, la tua rappresentazione dei borghesi. […] Per scriver bene del mondo elegante bisogna conoscerlo e soffrirlo fino alle midolla come Proust, Radiguet e Fitzgerald, amarlo e odiarlo non importa, ma aver chiara la propria posizione rispetto ad esso. Tu non l’hai chiara: si scopre dall’insistenza con cui ritorni sul tema, che non è vero che te ne infischi, ma non hai, mi sembra, fatto ancora la scoperta del piglio che devi prendere rappresentando la gente chic.

Calvino