Posts Tagged ‘valutazione’

Il paradigma del recensione letterario

30 aprile 2012

Leggi il libro per novantanove ore, scrivine per un’ora.

Paolo Milano

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Speriamo che piaccia all’ignoto redattore

24 febbraio 2012

L’idea che la letteratura sia un gesto disperato e solitario, che può esistere in una sorta di vuoto pneumatico è non solo sbagliata, ma del tutto irrealistica.
Chi invia un testo a una casa editrice, nella stragrande maggioranza dei casi, nella lettera di accompagnamento non offre notizie di sé, della sua storia, non dice chi è, che cosa fa, perché si è deciso a scrivere. Si limita a perorare la causa della sua pubblicazione, pretende ascolto. L’editore si trova di fronte a un dattiloscritto senza storia: del suo autore ignora l’età, la professione, le esperienze e ha spesso il dubbio che la scrittura sia soprattutto uno sfogo, una forma di compensazione rispetto a qualche frustrazione, a qualche oscura nevrosi.
L’invio del manoscritto all’editore sembra una scommessa: chissà mai che non piaccia all’ignoto redattore.
Certo anche nel deserto cresce talvolta un fiore, ma è un’0ccasione così rara che non vale generalmente la pena di coltivare le dune di sabbia.

Maria Grazia Ciocchetti, L’autore in cerca di editore, Bibliografica

Calvino lettore di Pavese

14 febbraio 2012

Sanremo, 27 luglio 1949

Caro Pavese,
Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto. Sono ancora di tale opinione, sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento.
Ho deciso che è un viaggio di Gulliver, un viaggio tra le donne, o meglio tra strani esseri tra la donna e il cavallo; è una specie di viaggio nel paese degli Hauihnhnn, i cavalli di Swift, cavalli con impreviste somiglianze umane, orribilmente schifosi come tutti i popoli incontrati da Gulliver. È certo un modo nuovo di vedere le donne, e di trarne vendetta allegra o triste. E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo pelosa, con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa, che parla in prima persona e fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca e i seni finti che dici: “Ecco, una donna sul serio dovrebb’esser così”. […]
Al lesbismo invece nessuno ci crede. Non è che una parola magica per indicare qualcosa d’oscuro e proibito praticato dalle donne-cavallo. Più che a Saffo si pensa a Pasife: o a strani riti con peni equini in legno di faggio. A ogni modo il racconto sta in questo girare intorno a un segreto morboso che cova lì in mezzo, e avvicinarglisi a poco a poco. Ed è condotto da papa; alla Cuor di tenebra insomma.
Poi ho scoperto che Tra donne sole e Paesi tuoi sono stessa cosa: due viaggi di persone “civili” tra i “selvaggi”. Talino e Momina sono lo stesso simbolo. Il mondo contadino e il mondo decadente borghese sono egualmente selvaggi e vengono giudicati (o meglio, visti; chi si può erigere a giudice dei cannibali?) da chi ne è fuori, per via d’un lavoro che ne trascende l’ambiente o le istituzioni (famiglia patriarcale, comunità salottiera): cioè chi lavora alle macchine agricole (e non chi lavora semplicemente la terra), chi fa i vestiti alle donne-cavallo (e non chi fa i quadri o anche le case, ma dal di dentro). E il vero messaggio del libro è un approfondimento del tuo insegnamento di solitudine, con in più qualcosa di nuovo sul senso del lavoro, sul sistema lavoro-solitudine, sul fatto che i rapporti tra esseri umani non fondati sul lavoro diventano mostruosi, sulla scoperta dei nuovi rapporti che nascono dal lavoro […] Tutto ciò t’avrà dimostrato come abbia, di questo libro “non piaciuto”, gustato tutti i possibili riferimenti morali: e altrettanto potrei dirti della struttura narrativa. Quel che non mi convince è, e già altre volte ho avuto occasione di dirtelo, la tua rappresentazione dei borghesi. […] Per scriver bene del mondo elegante bisogna conoscerlo e soffrirlo fino alle midolla come Proust, Radiguet e Fitzgerald, amarlo e odiarlo non importa, ma aver chiara la propria posizione rispetto ad esso. Tu non l’hai chiara: si scopre dall’insistenza con cui ritorni sul tema, che non è vero che te ne infischi, ma non hai, mi sembra, fatto ancora la scoperta del piglio che devi prendere rappresentando la gente chic.

Calvino

Moravia valutatore

26 gennaio 2012

[Roma], 29 ottobre 1954

Caro Bompiani,

ho finito la lettura delle bozze di Brancati. Ecco alcune osservazioni:

1. Prima di tutte le bozze non sono soltanto scorrettissime dal punto di vista della tipografia (refusi, parole malscritte etc. etc.) ma anche da quello del testo. Voglio dire che ci sono personaggi che cambiano nomi, incongruenzi palesi, ripetizioni, scambi di episodi, capitoli che si trovano non dovrebbero essere, parole che non possono essere quello che sembrano. Qui non basta né la nostra correzione, puramente formale, né quella del proto, ci vuole una correzione intelligente, fatta un uomo di lettere.

2. Valore del libro. È un libro che farà torto alla memoria di Brancati il quale è morto lasciando un’opera conclusa e definitiva. Con questo si riapre la questione Brancati. È un libro informe, in cui è del tutto assente lo spirito comico degli altri libri, sperimentale, provvisorio. Brancati probabilmente era in crisi, non voleva più essere lo scrittore comico che tutti conoscono. […] Il libro susciterà interesse e discussione ma, almeno così io penso, non gioverà alla fama di Brancati come artista e verrà giudicato piuttosto severamente dal punto di vista estetico.

3. Tagli eventuali. […] Penso che non possiamo prenderci la responsabilità di tagliar nulla.

4. In conclusione, bisognerà pubblicarlo con una prefazione che metta le mani avanti sia dal punto di vista delle allusioni sia da quello estetico. Ecco tutto. […]

Cordialmente tuo,

Alberto Moravia 

Il consueto e l’inconsueto nei romanzi della Murdoch (parola di Manganelli)

20 novembre 2007

È un libro ambizioso e singolare: intellettualmente e letterariamente assai interessante, ma non privo di irregolarità, goffaggini, cadute di stile; ha parti potenti e di intensa fantasia, ha pagine di un respiro affascinante; non è un libro perfetto, ma certo è un libro del tutto inconsueto. È la storia di una comunità laica anglicana, che vive all’ombra di un’antica chiesa, presso un convento di suore; in questa comunità entrano due figure ad essa variamente incongrue, che finiranno col distruggerla. Una è Dora, una donna di immature strutture psicologiche, con molti caratteri della sgualdrina innocente; l’altro — la massima invenzione del libro — è Michael, un uomo che ha tutta la vocazione psicologica del santo, ma che è costantemente portato a rovina da impulsi omosessuali; impulsi, anche questi, stranamente innocenti, anzi oscuramente legati alla bontà, gentilezza, religiosità di Michael. Non è un libro facile: non solo perché rappresenta un mondo morale abbastanza inconsueto; ma perché non vi mancano allusioni ed echi simbolici, non sempre usati con mano infallibile. Ma, ripeto, è un libro nettamente fuori dal comune e pieno, forse talora carico, di ricchezza intellettuale.

Su The Bell di Iris Murdoch
[…] è un romanzo di struttura abbastanza consueta, ma di una complessità e intelligenza e sottigliezza psicologica straordinarie. La storia: un professore di un college, già sposato e padre di due figli, si innamora di una giovane pittrice; vagheggia di divorziare, di sposarla; in conclusione fallisce. Niente di inconsueto, dunque: ed esperta — con qualche durezza — è la mano che svolge la trama. È quello che si dice un ‘buon romanzo’: non di serie, ma senza decisive audacie intellettuali. Assai più facile del precedente, meglio impastato, più leggibile, senza grandi cadute: ma di un respiro sensibilmente più cauto. È un libro che mi pare metta conto di prendere in considerazione.

Su The Sandcastle di Iris Murdoch

Giorgio Manganelli, L’impero romanzesco, Aragno