Chi tifa il maestro Zeman non perde mai

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“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.
Negli anni, molti di noi e molti come noi hanno continuato a seguire le gesta di quest’uomo diventato sigla: ZZ; trasformato in mantra: quattrotretré; incarnato in ideale: onestà. Dovunque fosse, in giro per il mondo a insegnare calcio, una musica suonava. La musica di chi sfida se stesso ogni giorno perché è la sfida ai propri limiti ciò che dà il senso più profondo a quella dimensione chiamata sport. Finché un giorno, più inaspettato di qualunque sorpresa natalizia, lo abbiamo visto tornare a Roma. Raccontare cosa sia stato in questi mesi, è difficile. Tornare allo stadio, per esempio. Qualcosa per me e i miei amici dimenticato da anni, e anzi precisamente dal 17 giugno del 2001 quando un biglietto falso comprato a peso d’oro ci spinse sulla tribuna Tevere del terzo scudetto della Roma. Ma cos’era quello scudetto in confronto al sogno di un trionfo con ZZ? E così eccolo, il vero sogno. Avevamo stabilito ogni cosa con cura. Innanzitutto quella che è la passione di ogni più funambolico romanista: la Coppa Italia. La decima. La coccarda d’oro sul petto. Quella sì che si doveva raggiungere con ZZ. Intanto la squadra prendeva forma, sfornava campioncini adolescenti, riplasmava campioni, consacrava la definitiva resurrezione del più grande Capitano di sempre. Via via si tentava di creare bellezza e salire in classifica verso i trampolini europei. Chi non ci credeva di noi? Sere a affannarci. Numeri, piani, progetti. Mattine di ansia dopo gli insuccessi. Dolore dopo rimonte intollerabili. E felicità assoluta per quei minuti da squadra perfetta. Dio, sì, quei 25 minuti contro l’Udinese! Zemanlandia era tornata. O stava tornando. Certo, mica ci si mette poco a realizzare i sogni. Ma non era questa la città del grande Progetto? E così ecco anche le partite intere. Roma-Fiorentina 4-2. Eravamo in curva nord, 95 minuti in piedi a cantare. Eppoi Roma-Milan, due giorni prima di Natale, il vero regalo. Ancora 4-2. Tre gol secchi in mezz’ora. Distinti sud. L’Olimpico in coro che pareva una festa destinata a non finire mai più.
Quel che è venuto dopo, è inutile raccontarlo. Una strana partenza per l’America tra Topolino, Minnie e Pippo a celebrare il sole caldo di Orlando. Una partita all’assalto della porta del Napoli, mentre Cavani castigava la porta della Roma, una all’assalto della porta del Catania, di nuovo invano. Fino a un epilogo dirigenziale di rara pochezza. Ma non possiamo parlare di ciò che non è in nostro potere. Ce lo ha insegnato ZZ. Che con il suo spirito di sfida perenne ha tentato di resistere oltre ogni ragionevole possibilità. Adesso c’è chi ripete la solita tiritera sugli sportivi vincenti e quelli perdenti. Come se Menelao e Antiloco non avessero entrambi perso la prima e più famosa fra le gare cantate nel poema che ha dato origine alla letteratura occidentale: l’Iliade. Secondo e terzo, arrivarono i due eroi nella gara di cavalli indetta da Achille. Si contesero i premi, litigarono, persero entrambi e entrambi vinsero, perché di essi Omero volle parlare assegnando alle loro gesta agonistiche una gloria immortale. E sarebbe facile ora scommettere sulla gloria e la fama, nell’arco anche di un solo secolo, di ZZ, mentre innumerevoli presunti vincenti di oggi saranno invece persi nell’oblio. Ma ancora una volta è inutile parlare di ciò che non è in nostro potere. Di una cosa soltanto possiamo parlare ringraziando di nuovo questo grande maestro di sport. Della disponibilità al rischio, a mettere tutto in gioco, a non temere il fallimento. Un atteggiamento rarissimo, oggi. Che in ZZ è legge. Scommettere su se stessi, sempre e fino alla fine. A volte vincere. A volte perdere. Ma senza timori. Una scelta di vita raccontata bene da un aneddoto in uno fra i più belli dei molti libri usciti su ZZ in questi mesi: Un marziano a Roma. Erano i primi tempi in città. ZZ arrivò in piscina. Totti, giovane e scanzonato, lo provocò: “A mister, gira voce che era un gran nuotatore. Scommettiamo diecimila a testa che nun le po’ fa’ tre vasche sott’acqua?” ZZ si liberò dall’accappatoio, posò la sigaretta, si rivolse a Tommasi: “Damiano raccogli soldi”. Un tuffo, la lentezza flemmatica dell’alligatore. Tre vasche intere sott’acqua. Poi subito fuori in tempo per riprendere la sigaretta ancora accesa e mormorare alla squadra: “Ci vediamo su gradoni”.

Matteo Nucci, Il Messaggero, 5 febbraio 2013

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