Io ero nato per fare il maestro di scuola a segno che quando vedo una stanza, quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare!
Edmondo De Amicis
Io ero nato per fare il maestro di scuola a segno che quando vedo una stanza, quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare!
Edmondo De Amicis
Qui.
Passa una macchina facendo sobbalzare un tombino di fogna e i tacchi di una donna battono nel silenzio della strada. Ma già la cuoca conta i crostini di pane nelle scodelle, sette per sei quarantadue, ne restano quattro, me li mangio io; e il crostino sibila sotto il metallo dei denti.
Gira la chiave nella toppa, scatta la serratura, il padre è nell’ingresso vasto e buio con il mazzo delle chiavi che pende da una catena di acciaio; non è tempo di catene d’oro questo, l’oro alla patria coi catini smaltati e il ferro di quando si stirava con il fornelletto a carbone. Quello scatto tutti sentono, i ragazzi a disegnare profili del Duce sui frontespizi dei vocabolari, la cuoca a masticare furtiva, la madre e le sue piume. Il padre è alto e quando cammina le sue suole scricchiolano, il biglietto del tram lo infila nella fede. Il cameriere lancia la tovaglia con macchie di frutta che non se ne vanno più, la cuoca gira, rimesta, conta, taglia. “Le chiavi, dove sono le chiavi”, “lavare le mani”, “stupida fessa”, “cretino”. E adesso non sapremo mai quanti barili di vino potevano dare i trentacinque ettari di vigna sulla collina, mai più mai più. Le stelline si gonfiano nel brodo bollente e il vapore sale su verso il lampadario simile a un gigantesco ragno di ottone; la madre in silenzio conta i crostini nei piatti, ne mancano quattro, chi? [...] La mela cotta soffia fumo dalla buccia spaccata. Ogni volta un’ustione. Le pupille hanno invaso quasi tutto lo spazio, iridi sottili come anelli: ricordano i gatti gli occhi di questi ragazzi e i fori neri ingoiano il padre e la madre, li scompongono senza pietà. Quando non possono rispondere si mordono le unghie ma da quei cerchi sottili, implacabile e rabbioso, il loro duro cuore.
Rosetta Loy, La bicicletta, Einaudi
Eccomi di ritorno dal Salone del libro. Bilancio buono.

Gli ufficiali della prima linea mi spedirono nei cunicoli quando si accorsero che mi mancava qualche rotella. Non mi pare di aver fatto niente di troppo strano, a dire il vero, ma quelli sostenevano tutto il contrario. Comunque è lì che imparai la tecnica, e la imparai in fretta. Quelli che erano già là mi spiegarono come fare. «I cunicoli. Quello è il posto per te, camerata» dissero. La cosa andò così: venni bendato e caricato su un camion insieme a un altro soldato del mio battaglione che per tutto il viaggio non fece che urlare. Dovevano avergli spaccato i denti, o almeno così mi sembrava da come parlava. Anche a me avevano rifilato un paio di bastonate. Viaggiavamo su un camion scoperto e il vento gelido faceva seccare il sangue che mi colava sul viso. Quando il camion si fermò, ci fecero smontare in fretta e ci dissero di muoverci perché eravamo allo scoperto. Chiesi che mi togliessero la benda dagli occhi, ma quelli mi risposero che avrei fatto meglio a starmene zitto. Con loro dietro che di tanto in tanto ci pungolavano con il fucile, camminammo per una quindicina di minuti con quell’altro che urlava peggio di prima. A un certo punto sentii che la consistenza del terreno era cambiata. Eravamo su roccia, e in salita, ed era sempre più faticoso mantenere l’equilibrio in quelle condizioni. Di punto in bianco uno di quelli che ci accompagnavano urlò «alt», un altro mi afferrò per le spalle e mi liberò le mani con un coltello. Non feci in tempo a godermi la libertà che mi diede una spinta così forte che mi fece cadere all’indietro. Feci un bel volo, ma mi rialzai in fretta. Non mi ero fatto niente, anzi, la faccenda mi divertiva. «Nome, camerata» disse una voce che non avevo mai sentito. Dissi il mio nome. «Bel nome da imboscato» e sentii che mi slacciava il nodo della benda. Quando gli occhi si riabituarono alla luce, non ci misi molto a capire che eravamo sottoterra. Davanti a me stava un grassone con la giubba sbottonata che lasciava vedere una pancia gonfia e pelosa. Si illuminò il viso con la torcia e io decisi subito che quel tipo mi stava simpatico. Una bella faccia da tagliagole. «Seguimi, camerata» disse, e gli andai dietro lungo un budello scavato nella roccia, angusto ma abbastanza alto perché potessimo camminare dritti. Non avevamo fatto che una decina di metri quando dietro di me sentii le bestemmie dell’altro camerata che veniva spinto giù nel cunicolo. Ebbi la tentazione di voltarmi per incrociare il suo sguardo ma non lo feci. Proseguimmo per un bel po’. A ogni biforcazione svoltavamo a sinistra. «Ricorda: sempre a sinistra quando entri» disse il grassone, «a destra quando esci», poi emise una specie di risatina isterica, «ma tanto di qua non esce nessuno. E questo vale pure per il sottoscritto.» Camminammo per più di un’ora, credo. Mi piaceva il posto, anche se cominciavo a sospettare che avremmo camminato per l’eternità. Ma quell’eternità era sempre meglio della guerra, della prima linea e degli ufficiali che ti dicono che morirai, prima o poi. A un certo punto il corridoio si spalancò in una caverna enorme illuminata da una dozzina di lampade a olio. Dal lato opposto a dove eravamo il corridoio riprendeva a inoltrarsi nella montagna. Intorno, addossati alla roccia, c’erano una ventina di camerati stravaccati a terra che mangiavano. Il grassone urlò il mio nome e quelli si misero a gridare tutti insieme. Alcuni si alzarono e vennero ad abbracciarmi. «Siediti con noi, camerata. Da quant’è che non mangi, eh?» Mi misero in mano un piatto di carne e un bicchiere di vino. Mi sedetti anch’io. La carne mandava un profumo che non mi ricordavo quasi più. Chiesi al grassone: «Lo portano qua quello che stava con me?». «Il tuo amico urlava troppo, mi sa che ha fatto una brutta fine. E qua sotto preferiamo starcene tranquilli» rispose. Peccato, pensai. In fondo nemmeno lo conoscevo. Recitai nella mente un’Ave Maria per quel disgraziato, ma la fame e il profumo della carne me la lasciarono a metà. L’assaggiai. Era calda. Dall’altra parte della caverna, vicino al cunicolo, un soldato magro come un chiodo e più pallido di Rodolfo Valentino mi gridò: «Di notte niente seghe, camerata!». Scoppiarono tutti a ridere, e risi anch’io, sollevando il bicchiere di vino. «Benvenuto nei cunicoli, camerata! » Mi rimisi a mangiare la carne e di tanto in tanto sollevavo gli occhi e li guardavo. Quelli che non mangiavano, fumavano belle sigarette tutte bianche oppure cantavano. Erano tutti contenti e qualcuno mezzo ubriaco. Quando ebbi finito, il grassone mi chiese se ne volessi ancora, ma dissi di no perché avevo paura di vomitare quel ben di dio dopo mesi di rancio schifoso. A quel punto un camerata biondo fece girare cinque o sei bottiglie di cognac e nessuno si fece pregare. La guerra sembrava soltanto un ricordo, e mentre io pensavo e ripensavo a che diavolo succedesse lì sotto, ci addormentammo uno dopo l’altro come vecchi amici dopo una nottata di baldoria. La mattina dopo (almeno credo che fuori fosse mattina) venni svegliato da Rodolfo Valentino e da una tazza di caffè. Gli altri erano già tutti svegli. Nella caverna c’erano meno soldati della sera prima. «Dove sono gli altri?» chiesi a Valentino. «Mansioni» rispose. «Che mansioni?» «Le solite. Raccolta dell’acqua, ricezione e magazzinaggio delle provviste, cucina e qualche altra cosa.» «E dov’è che fate tutte queste cose?» chiesi. Valentino sorrise. «Ti faccio vedere.» Ci inoltrammo nel cunicolo in fondo alla caverna. Stranamente l’aria sapeva di mare. Valentino camminava davanti a me con una torcia. Avrà avuto sì e no vent’anni. Non so da cosa lo capii, ma mi sembrò uno che aveva studiato. «L’acqua la prendiamo più in fondo da quella parte. Dopo tre svolte a sinistra c’è un pozzo. Da lì possiamo calare il secchio nella falda. L’acqua è dolcissima. Nemmeno alla fontana del paese ne bevevo di così buona.» Mentre camminavamo Valentino mi allungò una di quelle sigarette che avevo visto fumare agli altri la sera prima. «E queste dove le prendete?» chiesi. «Ogni settimana quelli del comando ci mandano due casse piene di roba. Le scaricano di notte dal pozzo sulla montagna. Lo stesso da dove hanno scaricato te. Dentro ci troviamo vino, caffè, fagioli in scatola, sigarette, carbone, coperte e qualche bottiglia di cognac.» Passammo accanto a due camerati che raccoglievano l’acqua. Stavano appoggiati a una specie di parapetto di roccia che dava su un piccolo pozzo naturale. Si sentiva il rumore della falda che scorreva. «Ma perché lo fanno? Mandarci tutta quella roba, intendo. Che gliene frega a quelli del comando di noi?» Valentino mi guardò. «Secondo te? Perché siamo divertenti. Il loro piccolo manipolo di pazzi nascosti nel cuore della montagna. Noi qui sotto gli serviamo. Siamo il loro cestino dell’immondizia, mentre lassù parlano di politica e cannoni.» «Insomma che dobbiamo fare?» «Non molto per la verità. A parte le mansioni, mangiare e cercare le pietre oculari.» «Le pietre oculari?» «Sono delle pietruzze azzurre che si trovano nelle crepe del quar- zo. Pare che valgano tantissimo. E comunque i capi le vogliono. Alcuni di noi sono addetti a cercarle e a consegnarle a Giuseppe, quello di Milano.» «Non ne ho mai vista una» dissi. «E mai sentite nominare. Perché si chiamano così?» Valentino sorrise e si mise a spiegare: «Pare che secoli fa un intero villaggio sia venuto ad abitare nella montagna. Gran parte di queste gallerie è stata scavata da loro. Vissero qui dentro a lungo, per generazioni, scavando come talpe. Presto impararono a fare a meno delle fiaccole e si dimenticarono di avere gli occhi, che rotolarono via dalle orbite e andarono a incastrarsi nella roccia trasformandosi in pietre di una bellezza mai vista. Credo che non si trovino in nessun altro posto al mondo. O almeno così ci hanno raccontato». «E tu ci credi?» chiesi. «E perché no? Perché non dovrei credere a una storia così bella?» «Tu che hai fatto?» gli domandai mentre mi lavavo il sangue rinsecchito che mi era rimasto incollato alla faccia. «Niente. Invece di combattere mi nascondevo in una buca che avevo scavato e leggevo Goethe. Poi mi hanno scoperto. Qualcuno deve aver cantato. Credevo che mi avrebbero messo dentro. Invece eccomi qua.» «Cos’è che leggevi?» La mia domanda lo fece ridere. «Su, andiamo» disse.
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Luciano Funetta, “Gli occhi della montagna”, Granta 3 — Che cosa si scrive quando si scrive in Italia, Rizzoli
L’autore non sa, non deve sapere sul suo lavoro neppure quanto ne sanno gli altri, poiché del suo lavoro sa solo che è un ordigno, fabbricato secondo le regole, uniche e inderogabili, con cui si fabbricano gli ordigni: ma egli ignora affatto in quali attentati, da quali mani, verrà lanciato questo esplosivo inesauribile.
Giorgio Manganelli
Domenica 14 maggio ore 21,30, venite tutti alla festa di Watt. Vestitevi di nero con un tocco cyan.
Dove: Luna’s Torta, San Salvario, Torino.
Nulla resta di classico se non le grame bottiglie
brandite come stocchi da un ciarlatano del video.
Eugenio Montale
L’uomo che l’aveva abbordata così (caffè per lui; cognac per lei) era un romanziere di una certa età, non sprovvisto di talento e molto noto. Aveva grandi progetti per lei: era la prima volta che parlavano a Esme in questi termini. (In genere i progetti che avevano per lei erano il bar della piscina, o il sedile posteriore di un’automobile, o dei palpeggiamenti in ascensore.) In seguito a quell’incontro, Esme si innalzò nella gerarchia della servitù moderna. Diventò la parte visibile di una mascherata letteraria. In altri termini: la maschera era lei. L’autore scriveva dei libri che lei firmava. Diventò la sua faccia e il suo nome.
Le motivazioni dello scrittore erano oscure. Si reputava un burlone ma, imparando a conoscerlo, Esme scoprì sotto la sua bonarietà un intreccio di rancori. Alcuni commenti pieni di livore la indussero a credere di essere l’esecutrice di una vendetta futura, forse a titolo postumo. Aveva pochi obblighi, tranne quello di mantenere il massimo riserbo. Se l’editore era stato messo a parte del segreto, non lasciò trasparire niente. Il suo nome venne leggermente modificato, ma rimase riconoscibile. Appariva in televisione; non diceva quasi nulla. I suoi testi parlavano per lei. [...]
Aveva diciannove anni quando venne pubblicato un primo romanzo breve; diciotto mesi dopo usciva il successivo. Anche se meno bello, condizionato probabilmente dalla sindrome del secondo libro, contribuì a consacrarla come scrittrice. [...] Per una questione di credibilità, Esme si segregava in casa per qualche settimana ogni anno. Scrivo, diceva, laconica, a chi le telefonava. In realtà, mangiava salatini, si portava avanti con le cose da stirare, sfogliava delle riviste. Leggeva, anche. Cominciava dal libro che stava presumibilmente scrivendo e di cui aveva appena ricevuto il testo, e continuava. Amava i romanzi noir. Niente nella sua prosa lo lasciava supporre.
Jakuta Alikavarovic, Fuga in blu, Transeuropa